Checché se ne dica, il cinema horror gode a tutt'oggi di sana e robusta costituzione, e anche gli anni 00 ci hanno regalato film degni nota. Recentemente, tra l'altro, si è molto parlato del cosiddetto New French Extremity (o Extremism): etichetta che include vari registi transalpini, differenti tra loro ma accomunati da temi forti spesso conditi da una buona dose di sesso e violenza.
Tra i suddetti cineasti, va senz'altro menzionato Alexender Aja la cui prima esperienza col genere horror risale al 2003 col suo secondo lungometraggio Haute Tension.
Il plot, in linea di massima, è il seguente.
Ci sono due amiche: Aléx (Maïwenn Le Besco), che ha già conseguito la laurea, e Marie (Cécile de France), che invece deve terminare gli ultimi esami. Per concentrarsi di più sullo studio, Aléx invita Marie a studiare nella casa di campagna dove vive il resto della sua famiglia. Quand'ecco che un uomo misterioso (Philippe Nahon) a bordo di uno scassato furgone Citroën Type HY fa la suo comparsa...
Fin qui nulla di inedito, dunque. E forse, proprio per dare una parvenza di originalità alla storia, hanno inserito (su consiglio dello svaporato Luc Besson, qui nei panni di produttore) uno sgangherato finale a sorpresa che, oltre ad avere l'aria di un'appendice posticcia, costituisce un affronto all'intelligenza dello spettatore!
Peccato, perché di quest'originalità la pellicola neppure aveva bisogno: il film infatti col suo manierismo omaggia egregiamente lo slasher anni Ottanta. Tra i suoi punti di forza, ricordiamo:
la fotografia;
la tempista con cui è impiegata la musica: sia quella originale (a cura di François Eudes) sia certi pezzi di musica italiana e rock statunitense;
infine il modo con cui, in certe scene, il regista sa usare la lentezza a sua vantaggio: una lezione del cinema dei bei tempi andati che solo oggi si sta riscoprendo.
A ogni modo, nel complesso, il film non è male e sono sicuro che, nonostante le miei perplessità e le miei riserve, potrà piacere a molti.
Una famiglia americana è in viaggio col proprio camper lungo il deserto del Nevada alla volta di San Diego. A seguito di un incidente, si trovano bloccati in mezzo al nulla, dove vengono assaliti da un gruppo di ex minatori diventati cannibali in seguito a esperimenti nucleari svolti negli anni Cinquanta e segretati dal governo statunitense. Gli antropofagi spingeranno i protagonisti a una strenua lotta per la sopravvivenza, rendendoli artefici di cose che neppure immaginavano...
Già col Haute Tension (per quanto fosse traballante nel finale), il registra d'oltralpe Alexander Aja aveva dimostrato di saper il fatto suo. E lo conferma con The Hills have Eyes, remake del film omonimo (1977) creato da Wes Craven. Il film oltre a essere pregevole dal punto tecnico, sa valorizzare quegli spunti di riflessione socio-politica già presenti nell'originale: la famiglia Carpenter, tanto per dirne una, non è forse il prototipo della famiglia media americana? E nel rapporto tra il patriarca, Big Bob (Ted Levine), e il giovane neo-papà Doug Bukowski (Aaron Stanford), non vi possiamo forse scorgere una dialettica tra due diverse ideologie? Tra ideali repubblicani-reazionari e democratici-progressisti? In fondo, ciò rendere sofferto e credibile il progressivo trasformarsi di Doug in un “giustiziere” e allo stesso modo attenuerà con naturalezza la dicotomia (comunque marcata) tra carnefici e vittime.
Un horror che, come vuole la tradizione, fa emergere le paure inconsce e i trami irrisolti degli USA: quelle psicosi collettive, che negli anni Settanta traevano linfa dalla guerra del Vietnam e oggi dall'11 settembre, che rivelano le crepe dietro la facciata dell'American Way of Live. Il tutto, come da film di genere che si rispetti, è trattato in modo sotteso, senza andare a inficiare il ritmo della narrazione.
Forse siamo di fronte una dei rari remake in grado di battere il modello.
Da segnalare, gli accattivanti titoli di testa che in modo conciso svelano gli antefatti della narrazione, nonché l'ottimo trucco di Greg Nicotero (guarda caso allievo di Tom Savini), che per rendere più convincenti i suoi mutanti è andato a studiarsi testi medici riguardanti le deformazioni.
Steve (Michael Fassbender) decide di trascorrere assieme alla fidanzata Jenny (Kelly Reilly), dolce maestra d'asilo, un fine settimana nell'idilliaco Eden Lake: il proposito è avanzare la sua romantica proposta di matrimonio in mezzo alla natura incontaminata di un lago circondato da fitti boschi. Certamente non poteva immaginare che, da lì a poco, la situazione sarebbe precipitata a causa di un gruppo di ragazzini che godono nel molestare gli adulti. E a nulla giovano gli ammonimenti del giovane ai bulletti, i quali anzi strascineranno la sventurata coppietta in una spirale di violenza, fisica e non.
Per farne uno dei film più convincenti degli ultimi anni basterebbero la prova degli attori, le reazioni realistiche dei personaggi, il ritmo narrativo che non scricchiola mai e le eleganti scelte stilistiche (luci, piani sequenza, stacchi di camera ecc.) figlie di una regia classica e sobria, sì, ma funzionale e assolutamente priva di sbavature.
Ma c'è di più!
I meccanismi sono quelli del rape & revenge, ma le dinamiche che s'innescano tra vittime e carnefici sono davvero inedite. Come ogni horror che si rispetti, Eden Lake non si compiace di mostrare un mero bagno di sangue. In primo luogo, non dovete aspettarvi un banale capovolgimento delle parti in cui, in maniera manichea, le vittime diventano i carnefici: le rivalse non ingenerano nessuna catarsi nello spettatore, nessun sollievo dalla violenza cui ha assistito. In secondo luogo, alla base c'è un tema politico-sociale forte, il bullismo, che viene affrontato senza mostrarci il branco come un ammasso indistinto, ma investigando la natura dei singoli membri in modo sintetico ed efficiente: la forza centripeta che tiene unito il gruppo è il "nessuno si tiri indietro" e a incarnarlo c'è il brutale Brett (Jack O'Connell). Lui è il capo carismatico che aggrega tutti attorno a sé, anche personaggi come Cooper (Thomas Turgoose), a loro volta vessati ma che, in deficit di personalità, scelgono di stare all'ombra di un leader; oppure Paige (Finn Atkins), la ragazza connivente che riprende le sevizie compiute dagli altri col telefonino.
E i genitori in tutto questo?
Beh, diciamo che a visione conclusa v'interrogherete sul modo di dire "sono solo ragazzi".
Foto scattata presso Il Botteghino, Piazza Sant'Agostino 46, Arezzo.
Dopo l'intervista al fumettista Italo Mattone, io e il fidato Alessandro Gori (con la partecipazione non accreditata di Stefano Giorni) abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Mireno Scali: giornalista, cabarettista, attore comico, nonché celebre sosia di Roberto Benigni! La conversazione è stata lunga e piacevole: trasbordante di aneddoti gustosi su film e protagonisti della commedia italiana anni Ottanta e non solo! In attesa che mettiamo a disposizione degli utenti il file audio, godetevi il seguente (straripante) condensato del nostro colloquio.
Una delle gag che l'ha resa celebre è, per l'appunto, quella del caffè in Vieni avanti cretino (1982) di Luciano Salce con Lino Banfi. Che ricordo hai di quell'esperienza?
Nel mondo dell'immagine oggi c'è stato un cambiamento notevole. Ora è importante l'avanspettacolo, all'epoca era considerato un po' così. Salce era un personaggio, oltre che essere stato un bravo attore ai suoi tempi. Tra l'altro, io l'ho incontrato così: facevo le serate, gli spettacolini, con Franco Bracardi (s'era molto amici) e mi disse: «Ci dobbiamo vedere con Luciano, perché sta facendo un filmettino. Andiamo a trovarlo!» Così ho conosciuto Luciano Salce, s'è parlato un po' e poi m'ha detto: «C'hai una foto tua?» Io: «Se me l'avessi detto... C'ho una cartolina dietro!» Aveva dentro quest'ufficio una bacheca. M'ha detto: «Ecco, te sei il primo attore di questo film.» «Come so' il primo primo attore?» Prima c'era goliardia anche nel fare le cose, anche se poi era serio il tutto.
Arezzo aveva una discreta importanza nell'ambito cinematografico: se un film usciva ad Arezzo (o anche gli spettacoli teatrali) e aveva un buon incasso, potevi girare tutt'Italia: c'era la prima, dopo arrivava nelle città più piccole, poi te lo vedevi in televisione dopo due anni. Ora, la prima visione non esiste più. Perché effettivamente è anche una questione di costi: perché stampare il DVD costa una cosa, la pellicola a quell'epoca (più o meno) costava sulle 800.000 £ al metro. Era costoso farne delle copie. Tra l'altro, mi fece piacere perché, quando lo presentammo in Rai (allora c'era una trasmissione che si chiamava Blitz), quel giorno lì c'era lo sciopero della Rai. Luciano Salce prese al volo la situazione e disse: «Va bene, facciamo un collegamento da Arezzo». E c'era l'Hotel dei fratelli Drago. Racimolò un po' di gente così: c'era uno di Castiglion Fiorentino che praticamente faceva l'imitazione degli uccelli: da schiantar dal ridere! Ma fu una cosa fatta lipperlì... Salce era forte! L'avevamo messo dietro 'sti vasi con le piante. «Non ti fa vedere, che sennò...». E lui stava lì dietro e faceva le imitazioni. E poi c'era uno di Piobbico, che era del Club dei brutti, e aveva portato un po' di brutti.
Lino Banfi, tra l'altro, ha fatto una bellissima interpretazione. Poi ci siamo rivisti più di una volta, però, sai, lui è a livelli di serie A: quindi siamo tutti molto amici, però ognuno va per la sua via.
A proposito di Bracardi, tu hai lavorato con lui anche in Biancaneve & co.: un film, tra l'altro, che ha una versione inglese e una tedesca. Ci siamo appuntato anche il titolo tedesco che è Schneefittchen und die 7 glücklichen Zwerge.
La distribuzione era del Gancia, quello dello spumante. Quando è uscito, l'hanno vietato subito ai minori di 18 anni. Vuol dire che a vederlo non ci sarebbe andato nessuno. Anche perché quei film lì, tipo Massimamente Folle, erano film un po' strani. Era più facile che c'andassero i giovani: uno di quaranta, cinquant'anni era più facile che andasse a vedere Bud Spencer e Terence Hill. Magari, preferivano una cosa più semplice. Poi negli anni Ottanta c'è stato tanti finanziamenti dati per il cinema.
Ci hai precedentemente accennato alla tua attività di giornalista, mi ricordo che anni fa avevi in mente di scrivere un libro.
Ce l'ho ancora in mente: una biografia, ma scritta in modo umoristico. Se guardi la vita, la puoi vedere in un modo serio oppure umoristico: per esempio, alle elementari (l'asilo ancora non l'avevano inventato: c'era solo quello politico!) c'era questa ragazzina, abruzzese, anche carina. E ogni tanto veniva trovarmi a casa, s'era vicini insomma. (Si chiamava Anna, poi l'ho persa di vista...) E io giocavo. Poi s'andava a scuola insieme. Un giorno mi fregò il salvadanaio coi soldi! Da lì ho capito che le donne nella vita mi sarebbero costate: non c'era verso...
Comunque, a parte questa, ne ho avuta di storie e volevo fare 'sta cosa facendo riferimento a come è cambiata la vita: quand'ero ragazzino, per esempio, e ci guardavamo in giro, le ragazze uscivano in mezzo la strada. Ti fermavi e chiacchieravi. Noi siamo arrivati che le donne prendono l'iniziativa! Io, poi, mi lamento che sono nato in un periodo di transizione, per cui se ti comportavi così con una eri troppo avanti, se ti comportavi cosà con un'altra eri troppo indietro... Infatti, come dicevo a un mio amico, io nell'indecisione l'ho chiesta sempre a tutti: così in percentuale vedrai che ce la fai!
Poi, facendo uno spot per la Melt-A-Plot, ho lavorato con un attore giovane: lui mi chiedeva delle cose, ci siamo messi a parlare, qui e là. Per me è stata una bella cosa avere un confronto con una persona giovane, perché sennò rischi di diventare il vecchietto patetico.
Tu ci raccontasti tempo fa che dovevi essere il fratello di Benigni nel film la Vita è Bella, inizialmente.
Il cugino. E ci stava, data la somiglianza. Poi, sembra, Cerami non gradiva: a parte che possa essere stato un grande intellettuale, però di già uno che fa il comunista e c'ha i milioni non me convince. (Però anche Roberto è a questo modo...) Io era andato lì a Gargonza. Lui stava scrivendo la Vita è bella. L'avevo visto e gli dico: «Ah Robè, domani si mangia insieme lì, al Cacciatore!»
Prima arriva Roberto, ci si mise al tavolo. Non c'eravamo neanche seduti, poi arriva questo Cerami: «Mio chi c'è! Meno male che sei ingrassato: così non assomigli più a Benigni e non ci rompi più i coglioni!» E piglia, arriva lì e si butta a sedere al tavolo. «E a te chi t'ha invitato?» E lì nacque proprio subito il diverbio. Benigni cercò di fare da mediatore ma ormai era tardi: s'era già rotto l'equilibrio. A parte questo fatto qui, l'ho trovato di una... Cioè, m'ha fatto incazzare proprio! Era siciliano, però era romano proprio: quindi con quel fare (l'hai visto?) che c'hanno i romani, un po' sbruffone? Cazzo!
Io una persona che ho amato moltissimo è Francesco Nuti. Guarda ora la televisione! Ora non gli passano un film! Almeno gli entrerebbe qualcosa. Neanche un minimo di rispetto... Cioè (come se dici?), calci agli stinchi agli zoppi.
Ci ricordiamo, a proposito, di quella scena raccapricciante che era dalla D'Urso.
Ma li ha sbagliato anche il suo fratello. Perché visivamente non era neanche presentabile. Io dissi: «Cazzo, se lo portano in televisione, vorrà dire che sta meglio». Me l'aveva detto Novello Novelli. Lo trovai a Firenze e gli dissi: «Cazzo, io voglio andare a trovarlo!» «Non ci andare, perché sbava tutto... Poi se ti vede si mette a piangere, poi al massimo ti fa un disegnino.» «Cazzo, se è in quel modo mi scoccia... Se lo devo mettere in difficoltà, allora evito» Tra l'altro, invece, ho visto che il Pieraccioni tranquillamente è andato a farsi le foto da lui: l'ha pubblicate! Se la poteva proprio evitare. Anche perché, se è lì dov'è, è grazie alla disgrazia del Nuti. Sennò col cazzo! Quell'anno lì ci fu un ricambio: è subentrato l'impresario del Pieraccioni, che ha legato col Cecchi Gori. Il Nuti era in un momento di difficoltà: quindi beveva e litigò col Cecchi Gori, al Paskoski, a Firenze, sicché lì fu facile per il Pieraccione. Io me la sarei risparmiato una situazione del genere, però la gente non lo sa.
È tutto così... Oggi è tutto veloce che nel giro di un mese è tutto cambiato. E quindi, non lo so! Secondo me, ci vorrebbe un po' di buon senso in tante le cose. Io, poi, penso sempre che tutte le cose ripagano in fondo, eh! Perché le cose che fai fatte bene ti portano un risultato, quelle che fai fatte male ti portano un risultato negativo.
Tra l'altro, tu hai collaborato con un altro Giancattivo: mi riferisco ad Alessandro Benvenuti nel film Ivo il tardivo (1995).
Sì, ho fatto una cosettina perché del gruppo lì s'era proprio amici, specie col Nuti e Giorgio Porcaro. Andavamo sempre a Fiesole, avevamo trovato un locale d'uno innamorato del cabaret e della musica. Diceva: «Voi venite qui, provate il cazzo che vi pare, io vi offro una bottiglia di whisky: ma non mi chiedete i soldi!» E sicché col Nuti ci si trovava spesso lì. Gli altri Giancattivi, no. All'inizio degli anni Ottanta, il Nuti stava già uscendo dal gruppo: ci si stava un po' stretto. Quindi avevo legato più con lui. Benvenuto è più intellettuale, ci parli in un altro modo...
Però ha fatto dei capolavori.
Per carità, però anche il Nuti c'aveva delle belle idee: anche se poi erano filmettini, però erano filmettini fatti bene. Cioè (anche se non è bene parlare di uno e male di un altro), se metti a confronto il Pieraccioni e il Nuti, nel secondo c'era altri contenuti, insomma. Cioè, il Pieraccioni fa un film uguale all'altro!
Tu sei legato anche ad Athina Cenci, la quale ebbe un problema grosso di salute, nel settembre 2001, da un'emorragia cerebrale. Al momento non rilascia più né un'intervista, né niente. Di ciò ne parla anche Benvenuti nel suo libro Capodiavolo. Sembra che non stia meglio di Nuti, anzi che anche lei sia fortemente compromessa.
Non lo so. Però questa cosa qui è abbastanza rispettabile, perché è una cosa personale privata. Tornando al discorso che facevamo prima: il Nuti in televisione a quel modo è stata una cosa penosa.
Di Benigni era amico anche al di là del set televisivo.
Noi ci siamo visti anche parecchie volte. Anche fuori. Quegli anni lì, quando l'ho conosciuto lui praticamente, non era famosissimo
Erano fidanzati da poco. Tant'è che gli dicevo: «Prova anche quest'altro Benigni: tutt'e due, no?» E lei era molto incapricciata. Con me non c'è stata grossa simpatia con la sua moglie. Lei è un po' marchigiana. [Ride] Loro, credo, stanno bene a livello economico perché il su' fratello è proprietario del palazzo di Milano Marittima.
Benigni recentemente ha fatto un film con Woody Allen, To Rome with Rome (2012), che è fatto di più episodi. Il film s'inabissa quando c'è l'episodio con Benigni, purtroppo...
Sai perché può essere successo? Perché si sono scontrate due grosse personalità. E, come si dice, o viene una cosa bella o viene fuori il botto: ognuno ha rispetto dell'altro e quindi demanda all'altro: si dicono: «Fai te!» e nessuno ha fatto. Quindi viene fuori un troiaio.
Roberto aveva cercato di mettere una comicità che fosse più piacevole per gli americani, siccome dopo La vita è bella, gli altri film non è che gli sono venuti tanto bene... A parte che in Italia possano avere successo, io ho visto le critiche in America su La tigre e la neve e Pinocchio: La tigre e la neve fu stroncata, Pinocchio peggio ancora. Fra l'altro anche Pinocchio l'ha scritto lì a Gargonza. Con Roberto ci si vedeva anche allora e ci si parlava. Mi ricordo gli dissi: «A che punto sei?» «Sono al legno ancora. Non mi riesce a scrivere...» Quando lui aveva quasi finito, ci si ritrovò a cena e gli dissi: «Scusa, ma perché invece di interpretare Pinocchio, non hai fatto la parte dell'autore?»
Se guardi Roberto, anche come espressione, non può essere un personaggio perdente: ha l'occhio birbo! Nel film, quando c'è Lucignolo (Kim Rossi Stuart) che dovrebbe essere quello che lo porta sulla cattiva strada, c'ha l'occhio più birbo Benigni. Eccheccazzo! [Risate] E poi, siccome uscì nel periodo delle feste natalizie, in America avevano scritto che sua moglie non doveva far la fatina: «Certo, è uscita in questo periodo che rappresenta bene la befana». Stroncata proprio!
Eh, però quelle sono opere d'arte, come se uno dovesse fare film sulla Bibbia. Perché se te fai una cosa su una storia, che nessuno ha letto o hanno letto in pochi, può piacere o non piacere. Ma quando te hai letto una storia, ti sei fatto delle immagini nella mente e vedi un'altra immagine, non è facile che ti possa piacere. Scontrarsi con opere d'arte è sempre difficile... Come quando alcuni autori che hanno rifatto dei film d'epoca. È una cosa che, a meno che per i soldi, io non farei. Cioè, perdi già in partenza. E quello che ti è piaciuto: come fai a far meglio?
Ci hai detto che hai intenzione di un progetto che tirerà in ballo vari sosia di personaggi famoso: potresti illustrarcelo un po'?
Quando te mi dicevi che c'è stato un piccolo buco nel mio curriculum, è ché ho fatto del teatro: c'era un teatro a Roma, che ora ha chiuso perché parecchi sono andati a sparire (come ha chiuso la produzione del Bagaglino), che era la Chanson. Noi praticamente avevamo fatto i Magnifici sette. C'erano tutti i sosia che avevano fatto il Bagaglino: il sosia di Andreotti, di Berlusconi, di D'Alema e qua e là... E avevamo fatto un bello spettacolo!
S'è girato per diversi anni l'Italia ci si aveva come prima donna la sorella di Kim Rossi Stuart e poi, dopo, abbiamo avuto la Carmen Di Pietro. E s'è fatto diverse cosettine. Poi c'è stato, purtroppo, il fatto che ogni volta che cambiava il presidente del consiglio litigavano anche i sosia dei politici: in Sicilia, il sosia di D'Alema e quello di Berlusconi si misero a tirarsi i piatti al ristorante! Non hanno capito che se fai l'imitazione precisa, se io mi trucco e faccio Benigni, non serva a un cazzo! La gente va a vedere Benigni. Devi fare una satira (che, poi, fare una satira su un comico è difficilissimo), ma devi fare quelle “sbavature” che la gente vuole! Sennò non serve a un cazzo. Anche un lavoro di (ri)creazione del personaggio. Benigni, quando veniva a vedermi al Bagaglino, diceva: «Io mica sono così!» «Eh, certo ti faccio più brutto!» E sennò, ecchecazzo! [Risate] E in quel momento venne la sarta e gli disse: «No, per me il Benigni è lui, non sei te!» Ci rimase un po' male.
Stanchi della solita apocalisse zombie? Fido è la commedia-horror per voi! In un mondo ucronico, attorno agli anni Cinquanta, il genere umano ha sostenuto una guerra su scala planetaria contro gli zombi. La razza umana è sopravvissuta, ma aver sventato una simile minaccia non è stato privo di conseguenze: i famelici morti-viventi non sono stati debellati del tutto e i superstiti si sono trovati, loro malgrado, a doverci convivere. Così le città si sono isolate con alte recinzioni dalle "zone selvagge", ancora infestate da zombi; e un geniale scienziato ha sviluppato un collare per controllare gli istinti antropofagi dei non-morti. Per mezzo di un tale aggeggio, gli zombi sono diventati dei goffi e servizievoli autonomi, impiegati soprattutto in mansioni domestiche: degli autentici status symbol per le massaie borghesi statunitensi, nonché una gallina dalle uova d'oro per la Zombcom, la ciclopica industria che detiene il brevetto di una simile tecnologia.
Nella città di Willard, la signora Helen Robinson (Carrie-Anne Moss) non tollera l'idea di essere l'unica a non possedere un articolo così in. Cosa penseranno i vicini di lei? E della sua famiglia? Decide, perciò, di acquistarne uno all'insaputa del marito, Bill Robinson (Dylan Baker), il quale non vuol sentir parlare di redivivi a zonzo per casa. Il piccolo Timmy, ben presto legherà col nuovo domestico (Billy Connolly) e, come si fa per un cane, gli darà il nome Fido. A chi altro avrebbe potuto affezionarsi? Gli altri bambini, con l'eccezione di Cindy, lo ghettizzano e lo scherniscono; mentre il padre sembra poco partecipe a casa sua.
Moltissimi i temi affrontati: si parla, p.e., di paternità così come, più in generale, di comprensione reciproca; ma soprattutto si critica, con ironia e leggerezza, la società dei consumi: si pensi al timore del signor Robinson di non potersi permettere degli adeguati funerali per la famiglia; agli anziani considerati fondamentalmente inutili e alla stregua potenziali bombe ad orologeria; oppure ai surreali spot fittizi, concepiti come lo sarebbero stati all'epoca, che inframmezzano la pellicola. Le tematiche sociali, del resto, sono topici di ogni film sugli zombie che si rispetti: chi, tra gli amanti del genere, non ricorda l'allegorica invasione di un centro commerciale da parte dei morti viventi in "Zombie" di G. Romero?
Questi gli ingredienti di un film gradevolissimo, retto da dialoghi solidi e da una miriade personaggi ben caratterizzati, dove aleggia un senso del meraviglioso vagamente spielberghiano. L'ambientazione, molto curata, è volutamente da cartolina: una cartolina inviata dagli USA dei roboanti anni del dopo-guerra. Azzeccatissima la scelta della musica, sia di quella extradiegetica sia di quella intradiegetica costituita da canzoni dell'epoca, che fa dà ridente contrasto specie con le (poche) scene più “splatter”. Purtroppo il film, a dispetto delle indiscutibili qualità e del budget di partenza stimato sugli 8 milioni di dollari, ha avuto uno dei peggiori ritorni commerciali di tutti i tempi: il mondo è proprio un posto ingiusto...
Cosa nasconde il signor Steven Wilkins (Dylan Baker), borghese e compìto padre di famiglia? E qual è il suo rapporto col figlio? Perché il signor Kreeg (Brian Cox), autocondannatosi a una vita da eremita, è così burbero? Laurie (Anna Paquin), pudica ventiduenne, partecipa vestita da Cappuccetto Rosso a una festa in maschera assieme alle amiche: riuscirà a perderà la propria “verginità“? E cosa ha in mente quel gruppo di mocciosi che si aggira per i quartieri al grido di “treat 'r trick”? E soprattutto chi o cos'è Samhain, lo spiritello di Halloween meglio noto come Sam? Quella presenza inquietante che si aggira per la cittadina di Warren Valley (Ohio), teatro della narrazione? Quattro vicende destinata a intrecciarsi nella pagana notte di Halloween, quando il confine tra il regno dei morti e quello dei vivi è più sottile.
Trick 'r Treat, primo lungometraggio diretto da Michael Dougherty, si rivela un horror di buona fattura, strutturato à la Pulp Fiction e venata di un certo humour nero. La musica, anch'essa pregevole, è a cura di Douglas Pipes; essa ricorda un po' quella di Danny Elfman nel Bat-Mat burtoniano: il che fa pandant con le atmosfere, fumettistica e anni Ottanta, che si respirano nel film.
Il trailer del film è stato mostrato l'8 dicembre 2007 all'annuale edizione dell'Harry Knowles' Butt-Numb-A-Thon Film Festival svoltasi ad Austin (Texas). Purtroppo la distribuzione cinematografica nelle sale statunitensi, inizialmente programmata al 5 ottobre 2007, fu inspiegabilmente posticipata e poi cancellata: tutto ciò è reso ancor più misterioso dal fatto che, dietro al lungometraggio, c'è niente di meno che la Warner Bros! Il film, comunque, venne distribuito dal 6 ottobre 2009 in formato Direct-to-video negli Stati uniti, Gran Bretagna e Australia. Così, nonostante le disavventure, è oggi diventato un cult. Al momento, si sta lavorando a un sequel.
«Dolcetto o scherzetto?» Rifletti bene: la risposta potrebbe costarti cara!