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mercoledì 10 dicembre 2014

Presentazione BOLBO + Sgargabonzi Light



Giovedì 11 dicembre alle ore 20.30 presso La Feltrinelli Point ad Arezzo presenterò assieme agli autori Bolbo, il nuovo psichedelico romanzo di Alessandro Gori (aka Lo Sgargabonzi) e Gianluca Cincinelli.
Il plot è il seguente:
Natale 1986.
Una famiglia disfunzionale si rifugia sotto il tavolo della cucina per rifarsi una vita lì. Sarà solo l’inizio di un vortice di avventure ai confini del ragionevole, fra menestrelli del britpop, simbionti messicani e spettri di amori mai vissuti. Un universo dove il tempo e lo spazio sono solo un’opinione.
Si tratta di un libercolo dove ritroverete tutto quando vi è piaciuto in Gunther Brodolini (umorismo nero, allucinazioni ligergiche, inganni etico-prospettici ecc.
Ma c'è dell'altro.

Sappiate che non mi riferisco solo a Greganti, «un plantigrado caffeinomane dal carattere splendido», ma a nuovi e inclassificabili ingredienti narrativi, nonché a inedite suggestioni in bilico tra lirismo ed esistenzialista come questo:
nella vita si impara qualcosa solo da bambini, per poi affannarci inutilmente per il resto dell'esistenza cercando di catturare magari anche solo una scia, di quei colori visti solo allora.
Se mi è consentito, aggiungerei un ulteriore motivo per acquistarlo: posso fregiarmi di aver avuto la possibilità di collaborare al suddetto libro con alcuni miei endecasillabi. 

Non ci credete? Allora compratelo!

giovedì 22 maggio 2014

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venerdì 7 febbraio 2014

[Recensione] Jonathan Swift - Il leone non mangia la vera vergine



Autore: Jonathan Swift
Titolo: Il leone non mangia la vera vergine
Casa editrice: La Spiga-Meravigli 
Anno: 1993
Prezzo: ₤. 3.000 

Il sarcasmo, si sa, è spesso frutto di una visione pessimistica del mondo. Nei grandi che vi ricorrono, però, c'è un desiderio di non arrendersi di fronte allo stato delle cose: la volontà disperata di piegare il mondo a sé stessi. Un simile sarcasmo è la cifra dei brevi scritti di Jonathan Swift (Dublino, 1667 - ivi, 1745) contenuti ne Il leone non mangia la vera vergine, scritti di frequente adombrati da I viaggi di Gulliver. Sono pagine preziose, giacché non disponibili neppure nella più grande raccolta in lingua italiana dell'opere di Swift, vale a dire quella curata da Masolino D'Amico. Se non è possibile apprezzare appieno il Gulliver senza conoscere la temperie in cui è stato prodotto, ciò è altrettanto vero per la restante produzione swiftiana, dove è estremamente marcato il carattere occasionale: si tratta, infatti, di «scritti corsari» ante litteram, in cui l'autore prende posizione ai temi caldi dell'attualità, senza che ciò vada a discapito della modernità dei contenuti.1 La lettura del testo suddetto è molto piacevole, anche grazie alla traduzione fluente di Giovanni Acunzoli, ma la stringata introduzione mi ha spinto ad approfondire. Perciò, oltre a recensire il testo, voglio fornirvi alcune nozioni propedeutiche alla lettura del volumetto.
Nel racconto eponimo che apre il libercolo, attraverso l'espediente del sogno ci viene delineando un mondo dove ogni parrocchia possedeva un leone a carico dell'erario pubblico: alla fiera vengono sottoposte, prima di convolare a giuste nozze, le ragazze che dichiaravano di essere vergine; il leone avrebbe sbranato soltanto le ragazze non più illibate. Questa satira, dai toni grotteschi, incentrata sul tema della falsa pudicizia, a prima vista sembra un attacco misogino; tuttavia, se lo si guarda alla luce del drammatico finale, si scorge una denuncia della condizione di minorità inflitta all'epoca alla donna.
La stessa amara e rassegnata misantropia si respira in Modesta proposta (1729). Quando scrisse questo gustoso pamphlet, vale a dire dopo il successo di Gulliver e il suo ultimo soggiorno in Inghilterra, Swift era un uomo profondamente amareggiato dalla vita, più sfiduciato di prima nei confronti del consorzio umano: da un lato, i malanni che lo avevano da sempre afflitto si erano acuiti; dall'altro, gli era giunto la notizia inerente alla morte dell'amata Stella. Come Breve sguardo sulla situazione in Irlanda (1728), è una denuncia delle responsabilità da parte degli inglesi sulla situazione di miseria dove versava la sua nazione.2 Ma di quale «modesta proposta» parla l'autore? Di un rimedio che mira a «impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro paese» e a «renderli utili alla comunità». Come? Facendo sì che i fittavoli diano in pasto i propri figli ai loro signori. Il pamphlet è costruito in climax: dopo un'accurata disamina della condizione dei fittavoli della loro epoca, corroborata dal ricorso puntuale a dati economico-demografici, si giunge alla scioccante proposta dell'antropofagia, condita da minuziosi consigli gastronomici. Il tutto è descritto in modo così serioso da sconvolgere i contemporanei di Swift, i quali tacciarono senza appello l'opera come una prosa di pessimo gusto.
Si passa, poi, alla Meditazione su un manico di scopa, in cui si cogliona Robert Boyle (Lismore, 1627 – Londra, 1691): teologo, filosofo naturalista, inventore, chimico e fisico irlandese: il bersaglio, nello specifico, sono le Occasional Reflections upon Several Subjects (1665). L'invenzione è ardita:
Certo un uomo è come un manico di scopa: la natura lo invia in questo mondo forte e vigoroso, in condizioni prosperose e con tutti i capelli sulla testa, i veri rami dei vegetali dotati di ragione; poi, la mannaia dell'intemperanza gli taglia tutti i rami verdi e lo lascia come un tronco avvizzito. Allora l'uomo ricorre all'artificio, e decide di indossare il parrucchino, valutando la sua essenza su una massa fasulla di capelli coperti di polvere e incapaci di crescere veramente.
L'opera fu composta nel 1703, a casa di Lord Berkely, di cui Swift era cappellano. Una sera, si racconta, in luogo delle lettere edificanti che era solito fare a Lady Berkely, lo scrittore irlandese avrebbe letto questa pagina di parodia delle medesime, senza che la signora si accorgesse di niente.3 Seguono altri tre brevi scritti, gustosi e (perlomeno per me) poco noti, quali il Saggio tritico sulle facoltà della mente (1707) e un brano tratto da L'informatore (1728). Quest'ultimo, pubblicato anonimamente assieme all'amico Tomas Sheridan, è una tagliente e spesso arguta raccolta di commenti sulla scena sociale e politica dell'Irlanda negli anni precedenti alla pubblicazione della Modesta proposta. Ho trovato curioso come pure in dei Suggerimenti per un saggio sulla conversazione si sottolinei certi aspetti deteriori dell'animo umani:
Tale è l'importanza che ogni uomo si attribuisce, pronto a pensare che la stessa importanza gli venga attribuita dagli altri, che trascura di compiere almeno una volta questa facile e ovvia riflessione: i suoi affari hanno per gli altri la stessa importanza che gli affari degli altri hanno per lui; e quanto scarsa questa importanza sia ne è certamente a conoscenza.
Purtroppo alcuni di questi scritti sono anche testi di difficile fruizione, se - come me - non si conosce un minimo di accenni stilistici e linguistici dell'inglese settecentesco.4 
Spero, a questo punto, di avervi invogliato a leggere l'opera in questione. Passo e chiudo.


Licenza Creative Commons
[Recensione] Jonathan Swift - Il leone non mangia la vera vergine diMarco Luchi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso marchingegno88@gmail.com.


1. Masolino d'Amico (a cura di), Jonathan Swift. Opere, I Meridiani - Mondadori, Milano 20014, pp. XIII-XIV 
2. Masolino d'Amico (a cura di), op. cit., p. 1012. 
3. Masolino d'Amico (a cura di), op. cit., p. 586. 
4. Masolino d'Amico (a cura di), op. cit., p. XIX. 

venerdì 27 dicembre 2013

[recensione] Sun Tzu - L'arte della guerra



Autore: Sun Tzu
Titolo: L'arte della guerra
(tit. or. Bingfa)
Editore: Newton Compton
Anno: 2013


L'Arte della guerra (o Bingfa in cinese antico) è il più antico trattato, o meglio manuale, militare pervenutoci. L'opera è attribuita al misterioso generale cinese Sun Tzu (o Sunzi), appellativo che significa «maestro Sun»: un famoso episodio biografico viene riportato intorno al II sec. a.C. dallo storico Sima Qian, che nel suo monumentale testo di storia Shiji, cita Sunzi come generale vissuto nello stato di Wu nel VI secolo a.C., contemporaneo quindi di Confucio e di altri importanti intellettuali.
Il testo, finalizzato ad esporre una dottrina militare improntata all'utilitarismo:

Con un nemico compatto si stia pronti al confronto, ma un nemico troppo forte va fuggito. Lo si irriti per confonderlo e si ostenti debolezza per aizzarne l’arroganza. Lo si stanchi se cerca riposo e si cerchi di dividerne i ranghi qualora siano uniti.

Tale dottrina viene esposta in tredici concisi capitoli di cui riportiamo i titoli per darvi un'idea dei contenuti del testo:
  • I. Valutazioni di base (Ji)
  • II. Conduzione del conflitto (Zuozhan)
  • III. Pianificazione dell'attacco (Mougong)
  • IV. Disposizioni (Xing)
  • V. La forza (Shi)
  • VI. Vuoti e pieni (Xushi)
  • VII. Manovre di eserciti (Junzheng)
  • VIII. Le nove variabili (Jiubian)
  • IX. Muovere l'esercito (Xingjun)
  • X. Conformazione del terreno (Dixing)
  • XI. I nove terreni (Jiudi)
  • XII. Attacco col fuoco (Huogong)
  • XIII. L'uso delle spie (Yongjian)

La Newton Compton si propone di offrirci la prima traduzione italiana basata sulle principali edizioni cinesi del testo. La curatela e la traduzione del testo è a opera di Riccardo Fracasso, prof. presso l'università Ca' Fossari, si contraddistingue per l'acribìa quasi filologica che possiamo evincere, da un lato, dalle esaustive e copiose note a piè di pagina, ricche di nozioni storico-antiquarie e filologico-linguistiche; dall'altro, dalla corposa bibliografia ragionata che chiude il volumetto, dove si menzione ai commenti e alle principali edizioni critiche dell'opera, antichi e non, oltre che alle principali traduzioni e alle fonti terze. Di Fracasso è anche l'Introduzione.
La Premessa dei Wu Ming, invece, demolisce un luogo comune che da sempre aleggia sugli insegnamenti del maestro Sun. Per far ciò il collettivo sottolinea, in primis, il modo in cui il generale cinese è stato recepito nel corso del tempo:

dopo essere stato per due millenni l’indispensabile livre de poche delle alte gerarchie militari cinesi, in anni recenti il Bingfa è stato applicato al campo delle strategie economico-aziendali, e ha in parte ispirato il personaggio di Gordon Gekko nel film Wall Street .

Il successo del libro, nell'ambito delle «strategie economico-aziendali» e non, si basa su un fraintendimento: mentre p.e. le meccaniche capitalistiche presuppongono uno stato di conflitto perenne, gli insegnamenti del generale cinese invitano a intervenire solo se necessario e se le condizioni arridano a colui che conduce l'attacco. Interessante a tal proposito il riferimento alla querelle tra i Metallica e Naspster: l'azione legale delle band che ha portato alla chiusura del programma di file sharing, secondo i Wu Ming, è un esempio di aggressione ai danni di una realtà all'epoca relativamente nuova, quella del download musicale su larga scala. La chiusura di Napster, infatti, non ha nemmeno aiutato a vendere più cd: tale azione legale (per usare una metafora militare) è prova dell'incapacità di comprendere il campo di battaglia e gli umori dei soldati. Col sennò di poi, la soluzione migliore non sarebbe stata un'apertura delle major al mondo della rete? Unica pecca (a mio parere) di questa Premessa è l'ostentata ricerca della battuta, ma si tratta di una mia personale idiosincrasia.
Trattandosi di un testo molto conosciuto di nome ma spesso citato a sproposito, ne consiglio caldamente la lettura a sinofili e non. Oltretutto il prezzo è davvero irrisorio.


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[recensione] Sun Tzu - L'arte della guerra di Marco Luchi è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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giovedì 19 dicembre 2013

[Recensione] Robin Lane Fox - Pagani e cristiani




Autore: Robin Lane Fox
Titolo: Pagani e cristiani
(tit. orig. Pagans and Christians)
Editore: Laterza
Anno e città:
Prezzo: 24,65 €

In questo corposo saggio, lo storico inglese Robin Lane Fox ricostruisce il periodo compreso tra il II e il IV sec. d.C., vale a dire il momento storico in cui gli dèi olimpici persero progressivamente il loro potere e il Cristianesimo, con la conversione di Costantino, trionfò nel mondo mediterraneo. Nel far ciò, l'Autore spesso parte da piccoli particolari, concedendo ampio spazio alle digressioni: è solito, p.e., isolare dalla macro-storia personaggi minori, altrimenti ignoti ai più, e seguirne le vicende. Si tratta, insomma, di un testo trabordante di digressioni e di rinvii puntuali alle fonti documentarie, letterarie e non. Pertanto, nonostante lo stile di Lane Fox sia piuttosto piano, reputo necessario fornire una bussola nella selva di informazioni contenute nel testo. Prima far ciò, però, voglio fornirvi alcune brevi indicazioni biografiche sull'autore.

Biografia della autore


Robin James Lane Fox, FRSL.jpg
Robin Lane Fox alla festa per
il 125° anniversario del
The Financial Times
nel giugno 2013.

Robert Lane Fox, nato il 5 ottobre 1946, si è formato all'Eton College e al New College di Oxford. Come i suoi insegnanti (Paul Cartledge e Alan Cameron, nonché i filosofi Terence Irwin e John McDowell),  è stato undergraduate (ovvero ha svolto i primi quattro anni di formazione universitaria) con G. E. M. de Ste. Croix, cui è succeduto nel 1977 al New College dopo aver ottenuto la cattedra e la fellowship (“borsa di studio”) al Worcester College, Oxford. Oggi è emeritus fellow (“membro emerito”) presso il New College, Oxford, e reader (“docente”) all'università di Oxford.
Membro e tutor (ossia insegnante di un gruppo ristretto di studenti) di “Storia antica” dal 1977 al 2012, ha svolto le mansioni di Garden Master e di extraordinary lecturer (“professore straordinario”) di “Storia antica” sia per il New College che per Exeter College. Ha inoltre insegnato letteratura latina e greca, nonché “Storia del primo Islam”. Altre importanti influenze sul suo contributo alla storia antica sono Louis Robert, Peter Brown, E. R. DoddsTimothy BarnesMartin Litchfield WestWalter Burkert e George Forrest, per molto tempo suo collega al New College. È stato consulente storico per il film epico di Oliver Stone Alexander: oltre che sul rapporto tra paganesimo e Cristianesimo, Lane Fox ha infatti espresso opinioni incisive sul rapporto tra l'antica Macedonia e la moderna Repubblica macedone.
Ha scritto e presentato Greek Myth: Tales of travelling Heroes, trasmesso per la prima volta sul canale  BBC four il 15 novembre 2010. Lo storico inglese è, inoltre, corrispondente del The Financial Times e un fiero avversario degli gnomi da giardino.
I suoi lavori maggiori includono studi sul Medioevo ellenico, Alessandro Magno e l'antica Macedonia, la tarda antichità, le interconnessioni tra la Bibbia e la storia. Tra i numerosi primi vinti, ricordiamo il James Tait Black Award, il Duff Cooper Prize, il W.H. Heinemann Award e il Runciman Award.


Il libro

Passiamo adesso a descrivere Pagani e Cristiani. Il testo, come è palese fin dal titolo, non può che aprirsi con la ricostruzione di quello che doveva essere il paganesimo; segue una parte dedicata all'avvento del Cristianesimo e il processo di osmosi messo in atto dalla nuova fede con la religio tradizionale. Analizziamo adesso, una per una, le due parti del libro.


Prima parte


File:Klaros01.jpg
Il tempio di Apollo a Claro.

Secondo la vulgata, durante la tarda-antichità il paganesimo era ormai moribondo e non aveva alcuna change contro l'inarrestabile ascesa del cristianesimo. Bene, Robin Lane Fox si oppone alla communis opinio, evidenziando come nell'impero Romano, fatta eccezione per lo scetticismo di certi filosofi, molte credenze pagane rimasero in vita per anni dopo che Costantino ebbe convocato il Concilio di Nicea (325). Del resto, molte istituzioni pagane ebbero una nuova vita a partire dal II sec.
Nell'antichità uomini e dèi condividevano lo stesso mondo e, nella dimensione astorica del mito, abbiamo molti esempi di questa convivenza: basta pensare alla miriade di semidei ricordati dalla tradizione. Per mezzo di “sogni”, attività psichica di prima importanza per l'uomo antico, era possibile entrare in contatto con con quelle divinità che aiutavano e favorivano i lori “protetti”.
Oltre al sogno, v'erano anche altri due modi per comunicare con le divinità pagane: il primo era la magia, mentre il secondo era la divinazione. Per quanto concerne la prima, è bene ricordare che essa era intrinsecamente legata alla sfera religiosa: per noi moderni, emancipati e secolarizzati da illuminismo e da positivismo, può apparire strano ma nell'antichità si distingue tra maghi ciarlatani e veri professionisti, i quali si avvicinavano alla figura sacerdotale. La magia non era prerogativa dei meno abbienti, anzi: molti amuleti e talismani rinvenuti sono di ottima fattura ed erano certamente destinati alle classi sociali più elevate.
Parliamo adesso della divinazione. Nell'antichità, purtroppo, era assente ciò che oggi definiremmo “teologia”: la lacuna documentaria sull'argomento induce, quindi, lo storico a ricorrere a tutto ciò che l'antichità ci ha lasciato circa la natura e la fisionomia degli dèi, soprattutto gli oracoli. Tra i luoghi di culto su cui maggiormente si sofferma (e che sono stati protagonisti della suddetta rinascita) ricordiamo i templi di Apollo a Claro e a Mileto. È chiaro come Fox si concentri sulle varie province dell'Asia minore: area di lingua greca. Ovviamente in questi templi si praticava la divinazione. Parlando di quest'argomento, l'Autore cita en passant psicologo statunitense Julian Jaynes e la sua teoria espressa nel libro Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza (1976).

Nucleo dell'opera è la controversa teoria della mente bicamerale, secondo la quale fino a c.a il 1000 a.C. una grandissima parte degli uomini non possedevano ancora una mente cosciente nel senso moderno del termine ma erano guidati da voci interiori, che venivano attribuite agli dei ma che in realtà erano frutto della manipolazione mentale messa in atto da coloro che la coscienza l'avevano già acquisita, una sorta di plagio che in fondo prosegue tuttora senza grande scandalo.
Cit. da “Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza” in wikipedia.it.


Non basta, forse, sfogliare gli episodi più celebri dell'epos per constatare certe loro preferenze? Il favorito di Venere non è forse il figlio Enea? Ma gli dèi potevano mutare lo stata d'animo repentinamente e cedere dalla benevolenza alla collera e, pertanto, era necessario ingraziarseli per mezzo di offerte e libagini atte a garantire la pax deorum.

Seconda parte


Frammento della colossale statua progettata
per raffigurare l’imperatore Costantino.

L'arco cronologico compreso tra il II e il IV sec. d.C., come detto, è imprescindibile per la comprensione della storia della Chiesa primitiva. È tuttavia necessario tenere a mente che all'epoca il Cristianesimo era solo uno dei tanti culti sviluppatisi nel bacino del Mediterraneo: la possibilità di scelta tra i credi religiosi possibili era sbalorditiva e spesso, tra le varie forme di devozione, v'erano affinità e convergenze espresse con modalità diverse.
L'Autore si interroga dunque sulla nascita, lo sviluppo e la diffusione del Cristianesimo: la religione che alla fine ebbe la meglio tra le varie opzioni che si presentavano al credente. Un aspetto interessante è quello che solleva a proposito le campagne: sul piano demografico, dal canto suo, esse erano densamente popolate; inoltre, sottolinea, “rurale” non è necessariamente sinonimo di “rustico”. Così, a differenza di Marrou (di cui ho parlato in un altro post), il quale sottolinea la natura “urbana” del Cristianesimo,  Lane Fox colloca proprio nelle aree rurali la crescita della nuova fede.
È questo il momento per argomentare le due tesi maggiori (e alquanto controverse) su cui si basa il libro:
  1. i cristiani erano un'esigua minoranza nell'Impero prima della conversione di Costantino nel IV sec. (stimati sotto il 5%);
  2. Costantino, la cui amministrazione favorì senz'ombra di dubbio la diffusione del Cristianesimo, si convertì realmente e non per mero interesse politico.
Il nostro è uno studioso accorto e sa che nulla può essere dimostrato senza la sufficiente documentazione. Provvede, perciò, a dare delucidazioni sul problema inerente all'uso delle fonti: in primis, per quanto riguarda il punto 1., è controproducente fare affidamento sulla letteratura patristica, dove viene elogiata con toni trionfali la celere diffusione del Vangelo; in secundis i soli testi in cui si parla della conversioni di Costantino sono quelli di partiti interessati a diffondere questa notizia. Pertanto la prima tesi dovrà, giocoforza, basarsi su molte congetture per stabilire la percentuali dei cristiani nel mondo Romano; la seconda tesi, invece, potrà essere avallata solo a patto che sia confermata l'attribuzione a Costantino dell'Oratio ad Sanctorum Coetum.
Numerosi altri, inoltre, sono gli argomenti collaterali trattati nel dipanarsi della trattazione: culto dei martiri, il culto della vergine, il modo in cui la Chiesa passò dall'essere un'istituzione illegale e perseguitata ad un'istituzione appoggiata dallo stato, e molto altro ancora.
Tutto questo rende il libro in questione indispensabile per chiunque fosse interessato alla storia delle religioni e non solo.


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sabato 19 ottobre 2013

[recensione] Annamaria Cotrozzi - Seneca. La Consolatio ad Helviam matrem con un'antologia di testi



Titolo: La Consolatio ad Helviam matrem
con un'antologia di testi
Anno: 2011 (1a ed. 2004)
Casa editrice: Carocci editore (Roma)
Prezzo: 20,60 €

Introduzione

Come ho già fatto con altri testi, presento qui una recensione-riassunto di un libro che ho studiato per un esame un esame universitario: nello specifico quello di Didattica del latino. Pertanto, non mancheranno integrazioni con riflessioni personali e/o eventuali appunti presi a lezioni.
Come sempre buona lettura!

Seneca e la Consolatio ad Helviam matrem

La vita e le opere di Seneca



Busto dello Pseudo-Seneca, fine del I sec. a.C.,
Museo archeologico nazionale di Napoli



Seneca nasce a Cordova il 4 a.C. Suo padre, detto Seneca il vecchio, fu un autore di una raccolta di Controuersiae e Suasoriae. Il rapporto tra il filosofo e suo padre resta a tutt'oggi non ben definito, e ciò ha eccitato l'interesse degli studiosi.
Ebbe due fratelli (cfr. ad Helv. 18.1-3), Novato e Mela (quest'ultimo padre del poeta Lucano, cui Seneca sembra far riferimento in ad Helv. 18.4-6). Fin da piccolo mostrò una salute cagionevole: da giovane, soffrì di affezione bronchiale e, per tutta la vita, ebbe problemi d'asma. Da un passo della Consolatio (19.2), sembrerebbe essersi recato in Egitto presso la zia materna per curarsi.
Successivamente iniziò a Roma gli studi di retorica e la sua carriera politica: l'abilità oratoria e l'elevata condizione sociale gli consentirono di integrarsi nella vita della corte imperiale. Ma la crisi dei rapporti tra imperatore e Senato,  prima sotto Caligola e poi sotto Claudio, ebbe ripercussioni sul destino di Seneca: Caligola, invidioso dei suoi successi, nel 39 a.C. lo condannò a morte (un pericolo sventato dall'intervento di di una amante del princeps); Claudio invece lo relegò in Corsica (41-49 d.C.), accusandolo di adulterio con una principessa della casa imperiale.
Durante l'esilio, il filosofo compose due consolationes: l'una è l'Ad Helviam matrem (di cui parleremo a breve); l'altra, invece, è l'Ad Polybium, indirizzata all'omonimo e potente liberto di Claudio. La finalità di quest'ultima è palese: confortare il destinatario per la perdita del fratello, con l’intento di avere un'intercessione da parte sua presso l’imperatore tale da consentire la revoca dell’esilio.
Questa arrivò, invece, per l’intervento di Agrippina minore (seconda moglie di Claudio), la quale volle Seneca come consigliere e maestro del figlio Nerone. Alla morte di Claudio, Nerone diventò pertanto imperatore sotto la guida di due capaci consiglieri: Seneca e Afranio Burro, il prefetto del pretorio. In veste di precettore, il filosofo cercò di indirizzare il giovane verso un governo saggio e oculato. Il progetto, sfortunatamente, fallì: presto Nerone si sottrasse all’influenza del filosofo, attratto dalla via del dispotismo regale di stampo orientale.
Gli anni dal 55 al 59 videro la corte imperiale teatro di trame politiche e di uccisioni: tra le vittime illustri Britannico, il fratellastro, e la stessa Agrippina. Nel 62 il filosofo chiese di ritirarsi a vita privata: da allora si dedicò agli studi, componendo un trattato filosofico-scientifico, le Naturales Quaestiones, e le Epistulae ad Lucilium. Pochi anni dopo, coinvolto nella congiura di Pisone (65), fu costretto  dal principe a suicidarsi : il drammatico racconto della sua morte si trova negli Annales di Tacito.
La Consolatio ad Helviam matrem e le Epistulae ad Lucilium costituiscono una delle fonti principali per la ricostruzione della vita dell'autore. A queste fonti, provenienti dall'autore medesimo, vanno aggiunte le testimonianze di Tacito (ann. XV 62-64), delle biografie svetoniane (quelle degli imperatori Caligola, Claudio, Nerone nel De vita Caesarum) e di Cassio Dione (Storia romana, 16.10).

I dialogi di Seneca

La Consolatio ad Heluiam fa parte dei cosiddetti dialogi. Sotto tale nome ci sono pervenuti dieci trattati senechiani per un totale di dodici libri (uno, il De ira, è costituito da tre libri). Se seguiamo l'ordine con cui tali testi ci sono stati tràditi dal loro testimone principale, un cod. del XI sec., noto come Ambrosianus C. 90 inf. (= A), la Consolatio ad Heluiam è il dodicesimo. Pare certo, tuttavia, che questo non sia l'ordine cronologico di composizione e varie prove ci inducono a pensare che l'opera risalga al 42 d.C.
Le opere sono menzionate col titolo collettivo di dialogi pure da Quintiliano (instit. 10.1.129). Ciò sembrerebbe rinviare al modello platonico, ma in queste opere (con l'eccezione del De tranquillitate animi) troviamo solo sporadici interventi di un interlocutore fittizio.1

La Consolatio ad Helviam


Problemi di genere

Seneca, durante il suo esilio in Corsica, si propone di consolare la madre, Elvia, dalle ferite inflittele dalla sua lontananza. Il trattato si prefigge di ricondurre un evento ritenuto un male dal senso comune (opinio uulgi), in questo caso la relegatio, sotto le categorie dell'etica stoica e di classificarlo come indifferens (ἀδιάφορον); lo stesso vale per altri presunti mali connessi all'esilio: la paupertas, l'ignominia, il contemptus (6.1).2
Uno degli aspetti più caratteristici è la sovrapposizione di più generi: quello epistolare e quello del sottogenere consolatorio. Ciò comporta conseguenze sulle modalità espressive, sul linguaggio e sulla scelta dai topoi, pertanto:
  1. il motivo consolatorio svolto in 2.4-3 comporta un tono elegiaco che ritroviamo al cap. 16, dove la laudatio della madre e dei suoi costumi, antichi e severi, assumono i connotati di un ritratto idealizzato;
  2. l'enumeratio dei popoli che si spostano, finalizzati a dimostrare come la commutatio locorum sia un attitudine insita nell'uomo, sia un  si chiude con un excursus geografico (7.8-10).

La struttura dell'opera

L'opera può essere suddivisa in quattro macro-sezioni. Nella prima breve sezione, che costituisce l'introduzione, l'autore si giustifica di non essere intervenuto subito nel portare conforto alla madre, nonostante un impulsum lo spingesse a far ciò; la ragione del suo ritardo sta nel fatto che un intervento prematuro, allorché il dolore era ancora recente, sarebbe stato improduttivo. L'immagine delle ferite e le altre tratte dall'ambito medico sono tipiche delle trattazioni filosofiche sul tema del dolore (sono presenti già dal primo paragrafo e le ritroviamo in altri passi del medesimo autore, p.e. in ep. ad Luc. 99.29): in questo contesto metaforico si realizza un perfetto connubio tra strategie retoriche e filosofia morale, ellenisticamente intesa come ars uiuendi.
In un primo momento fa riaffiorare alla madre i dolori che lei ha patito nella vita: il fine è mostrare come l'esilio dell'amato figlio non sia nulla rispetto a quando ha già passato. Seneca è cosciente della strana condizione (re noua) in cui si trova, quella di un esule – destinatario ideale per una consolatio – in procinto di consolare un'altra persona (vd. 1.3-4); il filosofo romano, pertanto, svolge un'argomentazione articolata in due parti, ciascuna delle quali occupa una macro-sezione:
  • dapprima (capp. 5-13) dimostra come l'esilio rientri nella categoria delle cose che, di per sé, non sono né buone né cattive (gli indifferentia o adiaphora);
  • in un secondo momento (capp. 14-19) illustrerà alla madre tutte le fonti di conforto (solacia) di cui può giovare durante la sua assenza.
Ma procediamo con ordine.

Poiché ciò che la Natura ha reso necessario per l'uomo è davvero poco (cfr. ad Helv. 18.6 ed ep. ad Luc. 17.9 e 18.6), la Sorte (la Fortuna latina), per quanto avversa, non può privarcene: quindi l'esilio non è altro che una mera commutatio locorum (o c. loci, che dir si voglia). L'importante è stare sempre all'erta, per non essere colti impreparati.
Tale prospettiva si sposa perfettamente col cosmopolitismo stoico, per cui la patria è l'intero mondo (cfr. ad Helv. 8.5-6 ed ep. ad Luc. 28.4). L'uomo, inoltre, si sposta per un impulso naturale: tale asserzione è alla base di una lunga argomentazione (capp. 6-8). Attenzione, però: la Natura mette a disposizione dell'uomo tutto ciò che gli serve per sostentarsi, a patto che la cupidigia (luxuria), la bramosia di ricchezze e agi, non lo induca a ricercare comodità superflue. Il tema ricchezza-povertà è lungamente trattato (capp. 10-12) e costituisce un tema topico nell'opera dell'autore (vd. anche ep. ad Luc. 18.5-13).
Tra gli aspetti più interessanti che emergono dall'opera di Seneca, l'idea, ereditata dal Secondo Stoicismo, che non si possa controllare l'impulso di un sentimento (gr. προπάθεια) innanzi a un fatto doloroso, ma che se ne possano controllare, per mezzo della ragione (lat. ratio, gr. λόγος), gli effetti succedanei. Ecco allora che alla totale insensibilità (gr. ἀπάθεια) si contrappone un giusto equilibrio (gr. μετριοπάθεια):

inhumanitas est ista [scil. duritia], non uirtus. 
Sen. ep. ad Luc. 99.15


Il testo in una prospettiva didattica

Il testo qui recensito, come dichiarato nei quarti di copertina, ha un «intento eminentemente didattico» e presenta un ricco apparato di note nonché un'antologia di brani dello stesso autore che costituiscono un «percorso di lettura» volutamente «non monotematico, ma organizzato in modo da esemplificare significativamente la complessità del discorso letterario».
I passi che ho citato sono per la maggior parte antologizzati nella seconda parte del libro, intitolata Passi scelti da altre opere, in due sotto-sezioni aventi i seguenti titoli:
  1. Modalità del discorso consolatorio,
  2. Dalla ricchezza alla povertà.
È così possibile per l'insegnante la costruzione di percorsi tematici ad hoc.

Conclusione personale

Sia dai testi antologizzati che dalle note piè di pagina, emergono le contraddizioni dell'autore: perché nel testo in questione si sottolinea l'inefficacia di un intervento consolatorio prima che la madre abbia superato la fase acuta del dolore; mentre, nell'ad Marciam, si sottolinea la necessità di un intervento repentino? Perché nell'ad Helviam asserisce che l'esilio non è altro che una mutatio locorum; mentre nell'ad Polybium i toni con cui descrive la relegatio sono molto più tragici? Sono solo due delle  numerose contraddizioni di Seneca: incoerenze messe più volte in evidenza dagli studiosi.
Ora, voglio spezzare una lancia in favore di quello che è uno dei miei autori latini preferiti. Credo che esse siano da ascrivere al fatto che il filosofo romano fu (concedetemi l'espressione anacronistica) una sorta di padre ante litteram del counsuling filosofico: ecco, dunque, che il suo messaggio si adatta al destinatario. 
Molti non attribuirebbero lo status di “filosofo” a Seneca, certo, e probabilmente Croce, alla luce del convulso e nervoso stile senechiano, avrebbe detto che

che [Seneca] non è neppure un filosofo, se è vero che «la seria e schietta filosofia non piange e non ride, ma attende a indagare le forme, l'operare dello spirito».3

Eppure, come afferma Concetto Marchesi,

il suo stile, «fatto di frasi brevi, staccate, acute, luminose, improvvise, che incalzano spesso una medesima cosa per colpirla da più lati sino in fondo, è - fra le pagine degli scrittori latini - quello che parla a noi il linguaggio più vivo»4

A Croce, senza dubbio, non sarebbe gradita neppure la asistematicità di Seneca. Eppure tale asistematicità non è un segno di modernità, specie dopo il crollo di tutti i grandi sistemi filosofici? Essa, inoltre, mi pare dipesa dal fatto che Seneca fosse un pensatore dichiaratamente eclettico:


Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis uincere, cum Cynicis excedere.
Sen. breu. 14.2

Una menzione cursoria la merita il rapporto tra Seneca ed Epicuro, specie alla luce di quanto detto poc'anzi sull'eclettismo del filosofo romano. Egli non si pone problemi a citare quel uoluptatis magister  nei casi in cui il suo pensiero coincida coi precetti dello Stoicismo: un punto di raccordo, p.e., è il fatto che uiuere bene (ad Helv. 5.1 ed ep. ad Luc. 28.5) coincida col vivere secondo natura epicureo. Un altro punto d'incontro, curiosamente, lo ritroviamo nella concezione del tempo: se la uirtus va esercitata ogni instante, allora il presente è

l'unica dimensione sotto cui il tempo si offre all'uomo e in cui si gioca il suo destino (un punto di convergenza, pur con modalità diverse, del carpe diem epicureo).

Quanto, infine, alla contraddittorietà tra lo stile di vita predicato e quello da lui seguito, ricordiamo che Seneca non ha mai condannato la ricchezza esplicitamente, ma la considera un adiaphoron.




1 Cotrozzi 2011, p. 11 n. 1.
2 Cotrozzi 2011, pp. 11-12.
3  Scaffidi Abbate 2007 p. 11
4  Cit. Scaffidi Abbate 2007 p. 11


Bibliografia

  • Aa. Vv., Enciclopedia filosofica, diretta da Virgilio Melchiorre, Bompiani, Milano 2006
  • Annamaria Cotrozzi (a cura di), La Consolatio ad Helviam matrem con un'antologia di testi, Carocci editore, Roma 2011 [1a ed. 2004]
  • Mario Scaffidi Abbate (a cura di), Seneca. L'arte di non adirarsi, Newton-Compton, Roma 2007
  • Walter Massaro, Domenico Bernardi, La filosofia, una cura per la vita. Contro il disagio dell'esistenza e i problemi dell'uomo contemporaneo, Christian Marinotti edizioni, Milano 2007 

domenica 8 settembre 2013

[Recensione] Boris Vian - Non vorrei crepare




Autore: Boris Vian
Titolo: Non vorrei crepare
Editore: Tascabili Economici Newton
Prezzo: 1.000 £

Confesso: il mio non era altro che un pregiudizio. Ma come potevo non trovare antipatia per un autore che titola una sua opera La schiuma dei giorni? Ditemi se esiste un titolo più indie-snob-radical-chic? Dico di no. Poi, una sera d'agosto in quel di Milano Marittima, passando davanti a una bancherella che rivende libri (usati e forse rubati), un mio amico mi consiglia di comprare il libercolo in questione. Non l'ha mai letto, ma sa per certo che è bello perché gliel'ha consigliato un'amica (?). E così afferro l'esile volumetto e vado a pagare dalla tipa, una mostruosa mistione tra Minosse e Cerbero. Tornato in albergo, nella quiete della notte, me lo leggo, o meglio: lo divoro! Non c'è storie: mi sbagliavo a precludermi per simili preconcetti.

Primo piano dell'autore.

Prima di passare alla recensione vera e propria, però, ecco alcune informazioni sulla vita dell'autore e la sua produzione. Boris Vian (Ville-d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959), nella sua breve vita, è stato quello che si può definire un personaggio eclettico: scrittore e trombettista, drammaturgo e paroliere, poeta e traduttore francese; è stato anche membro del Collège de Pataphysique nonché dirigente del reparto discografico jazzistico presso Philips. Insomma, un'esistenza da sempre oscillante tra due passioni: la letteratura e la musica, o meglio il jazz. Morì la mattina del 23 giugno 1959, mentre si trovava al Cinema Marbeuf in occasione della proiezione della versione cinematografica del suo romanzo Sputerò sulle vostre tombe: cinque minuti dopo l'inizio del film, venne colto da una crisi cardiaca e se ne andò durante il trasporto all'ospedale. La morte non giunse tuttavia inaspettata, giacché da sempre soffrì di problemi cardiaci. Nonostante la prematura di partita, lasciò numerosi testi, molti pubblicati postumi; tra le sue opere più significative ricordiamo: il romanzo La schiuma dei giorni (1944-45), considerato da molti il suo capolavoro; il noir a tinte forti Sputerò sulle vostre tombe (1946), pubblicato sotto pseudonimo; e Lo spaccacuori (1951), il suo romanzo più difficile.
Ora, torniamo alla nostra raccolta. Avete presente quando avete delle fisse a cui siete anche quasi affezionati, che ritenete uniche e irreplicabili? Beh, io ho quella dei denti: non so come dire, ma ci vedo una sorta di allegoria della vita. Specie quando si ha a che fare con devitalizzazioni et similia. A volte questi tuoi personali pallini li trovi espressi, senza nemmeno immaginartelo, in certe letture: in quei non puoi che esserne preso all'amo. Per me è stato il caso della seguente poesia:
La vita, è come un dente
All'inizio non ci si pensa
Felici di masticare
Ma poi ecco che d'improvviso si guasta
Fa male, e preoccupati
Lo si cura non senza fastidi
E per esser veramente guariti,
Bisogna strapparlo, la vita.

La raccolta, pubblicata postuma nel 1962, si caratterizza per il vitalismo di cui sono venati i 23 componimenti. Ma attenzione: il suo vitalismo non è né retorico, né buonista à la Jovanotti; è, semmai, il disperato tentativo di opporre all'ineluttabilità della Morte la fragilità della Vita. Una battaglia persa in partenza. Tutto ciò è veicolato con humourcallidae iucturae e audaci (quanto espressivi) accostamenti di immagini. Chi conosce il francese (non è il mio caso), apprezzerà anche la rinomata musicalità dei versi (ricordo che Vian, finché il cuore gliel'ha permesso, è stato un trombettista jazz): una musicalità che, a ogni modo, può essere intuita dando un'occhiata al testo francese.




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domenica 16 giugno 2013

[recensione] Henri-Irénée Marrou - Decadenza romana o tarda antichità? (III-VI)



Autore: Henri-Irénée Marrou
Titolo: Decadenza romana o tarda antichità? (III-VI secolo)
Editore: Jaca Book
Anno: 2007
Prezzo: 15,00 €

State per leggere la recensione eteroclita su un testo che ho studiato per un esame: la sua natura bislacca (a metà tra una recensione e un saggio breve delle superiori) è dovuta al fatto che ho innestato alcuni appunti e qualche considerazione personale. Dato che il testo è spesso in programma nel corso di Letteratura latina tardo antica l'Università di Pisa, spero possa esservi utile.

Biografia dell'autore

 



Henri-Irénée Marrou nasce nel 1904 a Marsiglia da genitori di origine provenzale. Dal 1925 studia all'École Normale di Parigi. Nel 1929 ottiene l'abilitazione per insegnare storia e geografia ai licei, collabora con la rivista Politique e prende parte al movimento studentesco Jeunesse Étudiante Chrétienne (JEC).
Dal 1930 è in Italia per studio: dapprima all'École française de Rome (1930-32), poi all'Istituto francese di Napoli (1932-37) dove consegue il dottorato con una tesi su Agostino.
Nel 1939, allo scoppio della guerra, si arruola come ufficiale del servizio di sanità all'ospedale di Marsiglia. Congedatosi, nel 1940 fu nominato docente all'università di Montpellier; là aderisce alla resistenza contro l'occupazione nazista, contribuendo al salvataggio dei membri della comunità ebraica di Lione.
Nel 1945 è professore di storia del Cristianesimo all'Università della Sorbona (numerosi suoi volumi risalgono al periodo di insegnamento a Parigi) e nel 1967 diviene membro dell'Académie des inscriptions et belles-letres.
Nel maggio del 68, con l'inizio delle contestazioni studentesche, si apre una nuova fase della sua vita: Marrou, da una parte, capisce le esigenze degli studenti; dall'altra, non condivide gli esiti rivoluzionari della protesta. Alle agitazioni seguì lo smembramento della Sorbona in diversi atenei: lo studioso, per non abbandonare i suoi amici latinisti ed ellenisti, rimane all'Università di Parigi IV.
Nel 1973 pubblica Les quatre flueves contro le letture rivoluzionarie del cristianesimo in voga in quegli anni. Lo stesso anno fu sollevato dai corsi universitari e destinato al Centro di ricerche sul cristianesimo  antico dove rimase fino al 1975.
Morì nel 1977.


Il testo

Il testo di Marrou preso in esame fu pubblicato postumo nel 1977 dalla figlia dello studioso. Il saggio si concentra sul periodo che va dal III al VI sec. d.C. e dà addito a numerose riflessioni su come siamo giunti dalla civiltà classica al Medioevo e dunque all'Europa moderna (p. 7).
Nel rispondere a ciò, lo storico sottolinea come il Mediterraneo, teatro di un'epoca gravida di conseguenze qual è la tarda antichità, abbia sempre svolto un ruolo “acculturatore”: sullo sfondo del mare nostrum, l'incontro/scontro tra popolazioni e culture diverse ha progressivamente portato a una sintesi, vale a dire il Medioevo (pp. 7-8).
Nel far ciò non si sofferma sugli Arabi, nonostante il loro apporto alla storia del Mediterraneo. La ragione è ovvia: l'Islam nasce dopo la tarda antichità (si pensi al fatto che il Corano fu edito la prima volta nel 650 d.C.). Eppure, oggi che l'attenzione si è rivolta all'onda lunga del tardo ellenismo, che ha percorso la penisola araba fino allo Yemen, si è colto come le dinamiche tracciate da Marrou possa essere applicata al Mediterraneo orientale (p. 8).

Riporto a seguire il contenuto dell'opera (suddiviso, per ragioni di praticità nell'esposizione in tre sezioni) suggellato da un paragrafo contenente alcune considerazioni finali.


Caratteri generale della tarda antichità



Testa monumentale di
Costantino, 330 d.C. ca.,
Musei Capitolini
(Palazzo dei Conservatori),
Roma.

È un dato acquisito che il passaggio dall'antichità all'Europa moderna non sia avvenuto per filiazione diretta. Nel mezzo vi sono stati due grandi momenti: il Medioevo e il Rinascimento (cui era stata spianata la strada dall'umanesimo, l'estremo fiore del Medioevo). Il passaggio tra l'antichità classica e Medioevo è stato a sua volta mediato da un altro periodo storico dalla forte personalità: la tarda antichità (III-VI sec. circa). 

Su questi due periodi storici, vale a dire Medioevo e Tarda antichità, sono sempre gravati dei pesanti pregiudizi. Fino al XV sec. v'era infatti un unanime giudizio negativo sulle manifestazioni artistiche prodotte tra i fasti della classicità e il rinascere delle arti e delle lettere. Ora, se per il Medioevo si è dovuto aspettare fino al Romanticismo per la sua doverosa rivalutazione, per la Tarda Antichità si è dovuto attendere addirittura fino al XX sec. con la cosiddetta “scuola viennese”. Col tempo l'interesse per questa età è cresciuto (pur restando spesso circoscritto all'àmbito specialistico), specie a partire dagli anni Settanta. Ed è al 1977 che risale l'uscita postuma di Décadence romaine ou antiquité tardive?.

Gli aspetti più piacevole dell'opera sono la chiarezza e la scorrevolezza, dovuta sia allo stile piano sia alla capacità di spaziare, traendo in modo coerente esempi dagli ambiti più disparati.

Interessante il capitolo sull'abbigliamento (pp. 19-22). Nella tarda antichità gli abiti si fanno sempre più aderenti, ciò rende possibile cimentarsi in lavori gravosi senza bisogno di spogliarsi. Così, da una parte, la nudità diventa un'eccezione e viene tabuizzata; dall'altra, si sviluppa un nuovo concetto di pudore. E pensare che nell'antichità classica si opponeva alla reticenza del barbaro a spogliarsi la nudità eroica dell'atleta!

Il mutamento più profondo e gravido però si realizzò sul piano religioso. Ci riferiamo al progressivo trionfo del Cristianesimo? Solo in parte. Vi fu soprattutto a un cambio di mentalità (i cui prodromi possiamo già rintracciarli in Cicerone) senza il quale non sarebbe stata possibile la recezione della nuova religione. Spia di una trasformazione della civiltà è l'arte: un campo cui Marrou fa spesso riferimento in modo perspicuo. Si pensi a come gli imperatori, rappresentati fino al 235 d.C. con fattezze realistiche, nel basso impero assumano sempre più fattezze standardizzate e dimensioni colossali. Non si rappresenta più il sovrano in quanto uomo, bensì il principio astratto della sovranità terrena come riflesso di quella divina. Tuttavia quello che - a mio giudizio - è uno degli aspetti più interessanti dell'opera è l'idea di un «cambiamento nella continuità» (pp. 23-31): parallelamente all'esprimersi di questa nuova spiritualità, l'impero si propone di proteggere la civiltà romana e la tradizione ellenistica. Non è forse che la passione per i ludi continuò anche nella tarda antichità, come ci dimostrano mosaici pervenutoci specialmente dall'Africa (pp. 32 - 37)?

Come dicevamo, è sul piano religioso che abbiamo avuto il mutamento più vistoso e gravido di conseguenze (pp. 38-46): il trionfo del Cristianesimo (IV sec.). Il Fedro platonico ci mostra come, per il paganesimo, tutto possa essere sacralizzato. Il cittadino greco (così come quello romano di età repubblicana) si riconosceva all'interno di un contesto sociale (si pensi al concetto di polis); il cui elemento di coesione era la condivisione di un culto: la religiose domestica, a livello microscopico; la religione di stato, a livello macroscopico. Durante l'ellenismo, specie dopo la battaglia di Cheronea (338 a.C.), si disgregarono il concetto e la struttura di “città”. Ora, l'ellenismo è, sì, un'epoca dal carattere profano (si pensi all'indebolirsi della fede, allo sviluppo del culto dei sovrani e dominato dalla ricerca “laica” della felicità); ma anche l'epoca in cui si sviluppa l'idea di Dio (ὁ Θεός) che sostituirà quella del divino (τὸν θεόν): e così, da un lato, l'enoteismo pagano opera un processo di assimilazione e gerarchizzazione delle divinità; dall'altro, si sviluppa una nuova concezione dell'aldilà. Tutto questo permise una convergenza di vedute tra paganesimo edotto e cristianesimo delle origini (pp. 38-46).

Ancora una volta è nell'arte che abbiamo una spia di questo mutamento (pp. 47-51): si pensi all'adattamento da parte dei Cristiani di temi iconografici con cui i pagani esprimevano idee e/o sentimenti simili e/o identici (la fenice, i loci amoeni, l'“orante”, il buon pastore ecc.): una delle più significative espressioni di questa osmosi è la tomba di Vibia.


Già nel III sec. il Cristianesimo era diffuso tra le classi più elevate e nel IV troviamo attivi numerosi padri della chiesa. Essi avevano accesso agli ambienti della classe dirigente, o perché provenivano da famiglie aristocratiche, o in virtù della cultura. Ma qual era la cultura che permetteva ciò? Ovviamente quella classica (pp. 52-56)! Ancora una volta ci troviamo di fronte a un fenomeno di cambiamento nella continuità.

Ma il cristianesimo non spazzò via il paganesimo in un sol colpo. Anzi, il paganesimo sopravvisse grazie alla sua natura rigorosamente strutturata: così lo ritroviamo nelle campagne sotto forma di superstizioni; così come nelle classi colte, per rispetto delle tradizioni avite o attribuendo ad esso un nuovo significato (magari alla luce dello stoicismo). Di contro al “formalismo” tipico della religiosità pagana, la tarda antichità oppone una mentalità dogmatica: l'elemento di coesione è ora il riconoscersi in una teologia. Si diffonde poi l'idea, tipicamente orientale, che sia Dio a farsi conoscere: concezione che ritroviamo tanto nel culto di Mitra che nel giudaismo e nel cristianesimo; nonché nel paganesimo prima della sua scomparsa. Grande importanza viene pertanto data alla scrittura ispirata e alla scienza sacra. Ancora una volta si ricorre agli strumenti messi a punto dall'ellenismo:interpretazione del Testo con metodi messi a punto dai filologi; predicazione con strumenti forniti della retorica; indagini teologiche condotte con categorie intellettuali attinti dalla filosofia classica.

Illustriamo ora cosa s'intende con “storia sacra”. I pagani, si sa, amavano rievocare il loro passato mitico; a ciò i gli ebrei e i cristiani contrapponevano la verità storica della loro fede. La Chiesa nel far ciò si era tuttavia imbattuta in un problema: il dover ricorrere alle Scritture ebraiche, specie al Vecchio Testamento. Così, sulla base della dialettica antitipo/tipo, si guarda alle vicende veterotestamentarie come prolettiche rispetto a quelle del Nuovo Testamento: sicché Giona nella pancia della balena (antitipo) viene letto come un preludio ai tre giorni che precedono la resurrezione di Cristo. Quindi, se l'allegoria pagana metteva in relazione le parole con le cose, l'interpretazione cristiana collegava eventi storici con eventi storici (pp. 63-70).

Anche le scene bibliche erano raffigurate come scene storiche, tant'è che l'«espressione della trascendenza» si manifesterà con lentezza. Solo nel IV sec., p.e., sarcofaghi dove raffigurato la natura sovrumana di Cristo, tra l'altro con modelli tratti dall'iconografia imperiale. Di contro, la raffigurazione di Dio si manterrà sempre più simbolica che realistica (pp. 71-75).


Gli uomini tardi antichi possedevano anche una propria Weltanschauuhng. La realtà, per loro, era solo in parte percepibile: invisibili esseri sovrannaturali (demoni e angeli) operavano vicino a loro. Gli angeli erano disposti secondo una gerarchia differenziata sulla base delle funzioni svolte: al vertice del quale c'era un Dio supremo (mentalità comune). In un simile clima si spiega, da una parte, la fortuna delle pseudoscienze (astrologia, teurgia e magia), le quali offrivano possibilità di agire sulla realtà; dall'altra, il tramonto del razionalismo greco, troppo volto alla dimensione, troppo volto alla speculazione e alla sintesi. La Chiesa provò, senza successo, a opporsi a questa mentalità comune, ormai troppo diffusa tra le masse cristiane per essere arginata (pp. 76-83).

Tornando al vertice della gerarchia angelica, una concezione così alta di Dio implicava un culto puramente razionale: ciò vale tanto per i filosofi pagani, alla ricerca di una λογική λατρεία; quanto per i Cristiani. E non stupisce che in Giovanni (24, 4) si parli di un cultus in spiritu et ueritate. Le nuove religioni, quali la fede cristiana e il mitraismo inoltre manifestarono un carattere mistico-iniziatico, in una gradatio diversa da culto a culto. Infine vi è un nuovo uso dello spazio cultuale: mentre i riti pagani avvenivano all'aperto, dando le spalle al tempio; i riti cristiani e mitriaci avvenivano al chiuso dando addito a dicerie (pp. 84-87).

Il Cristianesimo, tra l'altro, cambiò l'aspetto della città. A partire dal IV sec., grazie alla pace della Chiesa (313 d.C.) e al regno di Costantino (324-337 d.C.), assistiamo alla diffusione di edifici ispirati dai mausolei pagani (si pensi agli edifici a pianta circolare) e della basilica. Di quest'ultima tipologia di edifici, conosciuta dai Romani già da 400 anni, vengono mutate le finalità. Sebbene fosse già stata utilizzata per usi religiosi (come sinagoghe o per culti misterici), aveva prevalentemente scopi civili (pp. 88-91).

È dunque chiara la grandezza dell'eredità giunta al Medioevo della Tarda Antichità. Si pensi all'influenza esercitata sul diritto da opere come il Codex Theodosiani, le novelle di Teodosio II e Valentino III; e soprattutto alla diffusione del Cristianesimo nel Mediterraneo a partire da Costatino che portò a fenomeni, gravidi di conseguenze, come il monachesimo e le istituzioni clericali. Le innovazioni addotte dalla nuova religione sono apprezzabili, p.e., nelle novità letterarie all'interno del repertorio liturgico latino; e, su scala maggiore, nell'influenza dei pensatori cristiani, coevi dei neoplatonici, attivi tra il 370 (anno d'investitura a vescovo di Basilio di Cesarea) e il 430 (anno di morte di Agostino). Ma anche sul piano tecnologico: in età classica molte tecnologie, sviluppate a livello teorico, non erano state poi messe in pratica: basti pensare all'eliopila di Erone d'Alessandria e all'organo di Tebisio (pp. 92-99).


Resta da chiederci come gli antichi percepissero la decadenza. Sembra plausibile che gli uomini tardo-antichi non avessero la percezione del fatto, del resto tale problema fu sollevato dagli umanisti italiani del XV sec. Inoltre, ponendoci di fronte alle testimonianze dell'epoca, dobbiamo fare attenzione: per noi moderni il “divenire” è un progresso da uno stadio a un altro, mentre per gli antichi è un passaggio, senza soluzione di discontinuità, dall'atto alla potenza, dal non essere all'essere. Inoltre nel senso comune degli antichi era molto radicata l'idea del declino, tant'è che la ritroviamo sia in scrittori pagani che cristiani (pp. 100-105).



La situazione in Oriente


Da Braun e Hogemberg,
Civitates Orbis Terrarum,

“Byzantium nunc Constantinopolis”
(1572)

Lo sguardo dello studioso francese si sposta, a questo punto, a Bisanzio. Diamo una breve panoramica sulla sua storia: la città fu fondata nel 324 d.C., fu dedicata nel 330 d.C. e nel 1453 crollò sotto i colpi di Maometto II. La città seppe imprimere il suo back-ground ellenistico e la sua cristianità in vari àmbiti: 
  • nell'arte, si pensi p.e. a Santa Sofia o alla pittura iconica;
  • nelle letteratura che nella sua fedeltà ai canoni classici trova il motivo della sua grandezza e, al contempo, della sua limitatezza;
  • nella filosofia che, nonostante la vivacità e la fecondità espresse passò inosservata allo sguardo miope della teologia occidentale(pp.106-111).

Quando finì la tarda antichità?



I popoli germanici
e le Völkerwanderungen.

Data la forte continuità di Bisanzio con la classicità, sorge un problema spinoso: quando ebbe fine la tarda antichità? In aggiunta, di fronte alla sua grandiosa sopravvivenza, viene da chiedersi: perché l'Occidente non fu in grado di scrollarsi di dosso i Barbari? Perché l'Occidente, che tra il VII e il IX sec. riuscirà in seguito a resistere al «secondo assalto delle invasioni», non seppe opporsi alle «invasioni barbariche»? La risposta non è facile. La civiltà greco-romana aveva un carattere urbano: era un mondo in cui la città gravava sulla periferia rurale. Perciò molti cittadini, secondo Marrou, si trovarono a dover sopportare meno oneri sotto i Barbari che non sotto l'impero; di contro l'Oriente pagò la sua sopravvivenza al prezzo di una tirannide poliziesca e fiscale (pp. 112-119).

In ogni caso, non è da edulcorare il periodo in cui si verificò il declino romano; di aspetti negativi ce ne sono, eccome: diminuzione della popolazione, diminuzione della superficie coltivabili e avanzamento dei boschi. Fu inoltre un periodo piuttosto buio per la Gallia, specie nell'arco di tempo compreso tra il 524 e il 537. A tutto ciò consegue l'assottigliarsi del numero dei letterati e il venir meno della struttura-città. E solo nel XI sec., quando grazie all'aggiunta di mura la uilla fortificata diventerà un castello (burgus), avremo il rifiorire delle città (120-123).

Il Cristianesimo è insomma la massima eredità trasmessa dalla tarda antichità al Medioevo. Con poche eccezione si diffonde e progredisce in tutta Europa. Nel IV-VI sec., avviene la conversione delle campagne, a prezzo di ampie concessioni alla mentalità popolare. Fra i cofattori che hanno contribuito al diffondersi della nuova fede non dimentichiamoci il livello di cristianizzazione raggiunto da Vandali, Visigoti e Ostrogoti (fedeli a una sorta di “arianesimo diluito”). Certo, nota Marrou, non è il caso di idealizzare questi primi cristiani: lontani com'era dalle beatitudini evangeliche (a causa del contesto violento in cui vivevano) e dal culto in spiritu et ueritate per la loro mentalità superstiziosa. È certo che il Cristianesimo, in quanto religione colta, contribuì alla nascita di scuole religiose frequentate anche da laici (pp. 126-130).


Tornando all'incontro tra popoli diversi sullo sfondo del Mediterraneo, ricordiamo come alla frontiera dell'impero si stessero creando forme d'arte originali frutto della sinergia tra Völkerwanderungen e cristianesimo. Interessante è anche l'incontro avvenuto in Oriente tra fede cristiana e lingue nazionali:
  • in Egitto il cristianesimo ricorse al copto, Ultima evoluzione dell’antica lingua autoctona egiziana scritta con grafemi greci e 7 segni demotici (quasi un modo di sintetizzare le due anime di quella nazione: l'una faraonica e l'altra alessandrina);
  • nei paesi di lingua semitica si ricorse dapprima all'aramaico e successivamente al siriaco, affermatosi come lingua di cultura;
  • in Etiopia si ricorse al géez (lingua da cui si è sviluppato l'amarico), l'unica tra le lingue semitiche ad annotare scrupolosamente le vocali;
  • in Armenia spicca la figura la figura di Mesrop Mashtots, inventore dell'alfabeto armeno, che, tra il IV e il V sec.,tradusse in armeno le Scritture e unificò le stirpi armene allora divise tra Regno di Armenia, Impero Bizantino e Impero Persiano;
  • un'operazione simile fu compiuta nel Mar Nero da Ulfila (IV sec.), il quale tradusse che curò una traduzione in goto della Bibbia in Goto.
Diverso fu il caso dell'Occidente, ormai completamente latinizzato: i Germani convertiti, infatti, si trovarono volenti o nolenti a dover imparare il latino. Produssero pertanto con cui impressero il loro Geist, contribuendo così alla formazione dell'Europa (pp- 131-36).

Conclusione

È chiaro. Nel corso del libro, Marrou evidenzia più volte alterità e continuità tra l'antichità classica e tarda, tra la romanità e i nuovi popoli. Del resto il metodo di Marrou si basa su di un raffronto complesso e articolato, l'unico possibile per una corretta comprensione della storia: ecco allora susseguirsi esempi tratti dagli àmbiti più disparati (dall'abbigliamento all'organizzazione degli spazi, dalle arti plastiche alla religione).
L'unico aspetto che mi pare un po' trascurato è quello dell'economia, messa molto in ombra. Di diverso avviso è Vismara, la traduttrice del testo, che nell'introduzione afferma che l'autore dà «rilievo all'economia», sebbene limitandola «nello stesso tempo ad uno degli aspetti costitutivi [della civiltà tardo antica]» (p. 9).
In ogni caso, ogni esempio è il tassello di un grande mosaico e basta un piccolo passo indietro, il distacco deontologico dello storico sulla materia esaminata, per avere un grande visione d'insieme. Qualità che a Marrou sembra non mancare. Come asserisce Vismara, «questo testo invita a non accontentarsi della geopolitica nella ricerca di risposte» (p. 9).



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[recensione] Henri-Irénée Marrou - Decadenza romana o tarda antichità? (III-VI) by Marco Luchi is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
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