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giovedì 11 gennaio 2018

Siti utili per imparare l'olandese


Avendo una fidanzata olandese, mi sono cimentato nello studio della sua lingua. Chi si è imbarcato in una simile impresa, sa che il materiale per l'apprendimento dell'olandese (o, come sarebbe più corretto dire, del nederlandese) è piuttosto carente, soprattutto quello in lingua italiana. Perciò ho raccolto qua sotto una serie di link utili a tal fine.
La pagina in questione verrà aggiornata qualora acquisito nuovo materiale. Alla luce di quanto detto, siete come sempre invitati a partecipare attivamente alla vita del mio blog, segnalando errori e/o suggerendo altre pagine web.
  • 2Link.be: riassume più che altro i vari corsi offerti. Più una raccolta dunque, non soltanto dell’olandese ma anche molte altre lingue vengono trattate. Non vale la pena per chi cerca un sito specifico, perché si finisce per avere il PC pieno di pubblicità.
  • Braint: La pagina offre test gratuiti di ortografia e grammatica che vanno dal livello B1 in su; nonché l'e-learning ortografia e la grammatica. Inizialmente il sito sembra offrire informazioni soltanto sui corsi a pagamento, invece, scavando qua e là si trovano anche interessanti spiegazioni su aspetti grammaticali. Ecco alcuni esempi: pronuncia, spelling, participio passato, articoli, plurale, uso dell’apostrofo, parole composte con o senza trattino, interpunzione, frase principale e subordinata, i vari complementi primari, e tant’altro!
  • Brasileiros na Holanda: La pagina, piuttosto vecchia, raccoglie link, in alcuni non più funzionanti, a vari corsi gratuiti di olandese in varie lingue (principalmente in spagnolo, inglese e olandese).
  • Dutch online grammar course: Sito multilingue e ricchissimo di materiale audio, video ecc. Purtroppo, la versione in italiano non pare al momento esser stata ultimata.
  • DutchIpresume: Qui potete trovare oltre a una sezione dedicata al nederlandese come seconda lingua, una seconda dedicata ai Paesi Bassi e alla cultura olandese.
  • Learn Dutch: è forse il peggiore dei siti che citato, sia sul piano dei contenuti che su quello della forma (ha un look molto anni Novanta), ma lo menziono comunque. Magari a qualcuno può sempre far comodo!
  • nt2examen: Un sito ben strutturato ai fini dell’apprendimento della lingua, riportando una varietà di link e suggerimenti ad uso dei principianti assoluti come di quelli più esperti. Inoltre, fornisce informazioni sull’esame di stato, il cosiddetto TNT-examen, offerto dal Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca.
  • oefenen.nl: sito che offre esercizi vari di lingua, scrittura e altro. Cosa carina: “chiacchiera” in più lingue, dando spiegazioni su come muoversi all’interno e dove trovare gli esercizi. Purtroppo non è in italiano, bisogna accontentarsi di inglese, polacco, rumeno, spagnolo, francese, olandese e turco. Chi possiede una conoscenza base di una di queste lingue non avrà problemi.
  • PhraseBase: Phrasebase mette in condivisione molte risorse per l'apprendimento delle lingue e possiede il più grande database di parole e frasi di uso comune, tradotte in 90 idiomi. Cliccando qui accederete alla sezione dedicata all'olandese.
  • SpeakDutch.nl: Pagina, ancora una volta in inglese, che fornisce un corso strutturato su tre differenti livelli: 1) una prima sezione per le frasi-chiave (Key Phrases) con audio per migliorare la pronuncia; 2) un corso di grammatica (Grammar Course); 3) una parte per le parole più utilizzate (Useful words).

martedì 23 dicembre 2014

[Indice] Linguistica


Immagine tratta da: youthvoices.net/

Durante il mio (accidentato) percorso universitario, con la linguistica (dapprima generale, poi diacronica) è stato amore a prima vista. Benché oggi abbia indirizzato i miei interessi prevalentemente alla critica testuale, l'antica passione talvolta torna a farsi sentire.
A che serve questo preambolo? Giusto a introdurre la pagina seguente, dove ho raccolto tutto i miei post sull'argomento.

Dialettologia


Stilistica

 

Tipologia linguistica

sabato 10 agosto 2013

La stilistica di Leo Spitzer





Quando, all’università, mi capitò di confrontarmi con Leo Spitzer, mi trovai di fronte a un’autore, per me, alquanto tosto: pertanto feci un riassunto minimale, in cui condensare i punti focali del suo pensiero e la sua contestualizzazione storica. Pur essendo troppo crociano per i miei gusti, devo ammettere che l'ho trovato davvero interessante. Spero possiate dire la stessa cosa anche voi.

Premessa

Che cos’è in àmbito linguistico la stilistica? È forse ciò che siamo soliti chiamare estetica letteraria? Non proprio. La stilistica nasce dal contrasto tra Charles Bally (Ginevra, 1865 – 1947), linguista svizzero francese della scuola di Ginevra, col maestro Ferdinand de Saussure (Ginevra 1857 - Vufflens 1913) riguardo alla distinzione tra langue (vale a dire il sistema convenzionale di segni che formano il codice di un idioma) e parole (ovvero atto linguistico individuale e irripetibile del parlante). Lo studioso svizzero esclude dal suo esame la parole e dunque lo “stile individuale” o “personale” che rimarrà àmbito della stilistica (o estetica) letteraria.
Beh, forse ho messo troppa carne al fuoco. Sarà il caso di fare il punto di quanto finora detto:
  • la stilistica letteraria ha per oggetto  di studio la parole;
  • la stilistica di Bally, invece, si occupa dell’utilizzazione individuale della langue.
Dunque, a discapito del suo nome (un termine di vecchio conio piuttosto inadeguato), la stilistica, dopo esser stata rinnovata da Bally, diventa una disciplina nuova nel panorama delle scienze umane.
Resta, tuttavia, un problema in sospeso: come si può superare la scissione tra l’espressione poetica individuale e il codice linguistico a cui si fa riferimento? Tra i neologismi danteschi e il fiorentino municipale in cui sono scritte le sue opere in volgare? Pone rimedio a ciò il filosofo e politico Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 – Napoli 1952), il quale concepisce l’identificazione tra la teoria del linguaggio e quella della poesia (e più in generale dell’arte). Per onestà intellettuale, tuttavia, è necessario ricordare che l’idea del linguaggio come creazione poetica era stata a suo tempo un'intuizione di Giambattista Vico (Scienza nova, 1725).
Quest’idea sarà successivamente corroborata da Karl Vossler (Hohenheim, 1872 – Monaco di Baviera, 1949), filologo tedesco che tentò di affermare una visione idealistica del linguaggio, e dai suoi seguaci, i quali ebbero una grandissima influenza in tutto il mondo. Viene così delineandosi quella concezione che Dámaso Alonso (Madrid 1898 - ivi 1990), poeta critico e filologo romanzo, dipinse le seguenti parole:
El estilo es lo único objeto de la investigación científica de lo literario. […] La Estilística es la única posible Ciencia de la Literatura.

Per vie indipendenti Leo Spitzer (Vienna, 1887 – Marina di Pietrasanta, 1960) giunge alle medesime conclusioni di Croce e Vossler, coi quali entrerà in contatto solo in un secondo momento (da sottolineare l’ammirazione del linguista austriaco per il suddetto filosofo italiano). Il metodo da lui sviluppato, però, si spinge un po’ più lontano, proponendosi di comprendere l’animo di un autore attraverso lo scarto che intercorre tra la lingua comune (la langue) e la lingua individuale (la parole). In questo modo Spitzer supera per la prima volta la fatidica dicotomia di stampo positivista tra linguistica e storia letteraria.

Critica stilistica e semantica storica

Vi è nato un po’ di curiosità per quest’autore? (Francamente spero di sì.) Qualora la vostra risposta fosse affermativa, un testo relativamente agevole per entrare in contatto con la stilistica di Spitzer (detta anche stilistica interpretativa) è Critica stilistica e semantica storica. Da quest’opera, infatti, è possibile desumere il presupposto su cui si basa tutto il modus operandi di Spitzer:
A qualsiasi emozione, ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale, corrisponde, nel campo espressivo, un allontanamento dall’uso linguistico normale; e, viceversa, un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto. Una particolare espressione linguistica è, insomma, il riflesso e lo specchio di una particolare condizione di spirito (p. 46).

A ciò consegue la grande importanza attribuita alla lettura:
Io cerco di derivare lo stile linguistico di uno scrittore soltanto dalla lettura delle sue opere, e le sue leggi soltanto da lui stesso. La lettura, una lettura approfondita, è per così dire il mio unico strumento di lavoro (p. 41).

La lettura di un testo, afferma Spitzer, rivela l’animo del poeta, “i centri emotivi”, una “situazione” fantastica.
Il mio modo di affrontare i testi letterari potrebbe essere sintetizzato nel motto Wort und Werk, “parola e opera”. Le osservazioni fatte sulla parola si possono estendere a tutta l’opera: se ne deduce che fra l’espressione verbale e il complesso dell’opera deve esistere, nell’autore, un’armonia prestabilita, una misteriosa coordinazione fra volontà creativa e forma verbale (p. 52).

Perciò questa tecnica critica non deve mai perdere l’insieme delle parti, allorché si passi dal particolare all’universale e viceversa. 
Ho finora illustrato ciò che va sotto il nome di stilistica, ma non ho ancora affrontato la seguente domanda: cosa s’intende con semantica storica? Provvedo subito, ma prima facciamo un passo indietro. Per semantica (termine coniato dal linguista francese Michel Julius Alfred Bréal) si intende, in senso generale, lo studio del significato. In ambito linguistico, dove l'attenzione è rivolta al significato delle parole, si possono evincere due diverse prospettive:
  1. la semantica strutturale studia il significato come sistema di relazioni (prospettiva sincronica),
  2. la semantica storica studia il mutare del significato nel corso della storia evolutiva di una lingua (prospettiva diacronica). 
Dunque il significato di una parola viene inquadrato in una prospettiva in divenire che tiene conto delle molteplici contingenze storiche.
Penso, a questo punto, sia il caso di fermarci: del resto quest’articoletto non ha certo pretese di completezza, bensì quello di dare un’infarinatura circa la possibilità di uno studio “scientifico” (per quanto scevro da qualsiasi prospettiva positivistica) della letteratura.

Riferimenti

[1] Francesco Sasso, La critica stilistica di Leo Spitzer, in: Francesco Sasso e Giuseppe Panella (a cura di) Retroguardia 2.0 – Il testo letterario, 16 maggio, 2008 – 9:19 am, data di consultazione: 4 gennaio 2012, ore 20:03
[2]  Leo Spitzer. Critica stilistica e semantica storica, Alfredo Schiaffini (a cura di),  Laterza,  Bari 1966


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domenica 14 luglio 2013

Si dice l'“ocio” o il “locio”?








Introduzione

L'articolo seguente è la fusione di due post che avevo pubblicato, anni addietro, in un vecchio forum, mio e del mio amico Giuseppe: “L'ocio o il locio? Grammatica normativa e grammatica storica a confronto” e la postilla “Di nuovo sulla parola ocio”.
I suddetti articoletti risalgono grosso modo al 2010, eppure qualcuno delle nostre bande se ne ricorda ancora. Perciò, allo stesso modo di come ho fatto per l'altro post della stessa categoria, ho ripreso in mano i miei scritti e li ho risistemati.

In seguito, come nel caso di “Storia coincisa della tipologia linguistica” ho chiesto una mano al mio amico Giuseppe, il quale ha pensato (bene) di integrare al testo un nuovo paragrafo: un contributo in cui è evidente il suo interesse per la germanistica.
Storia concisa della tipologia linguistica
Storia concisa della tipologia linguisticaX", ho chiesto una mano al mio amico Giuseppe. dadakc
Speriamo che questa loro versione 2.0 possa incontrare di nuovo il vostro gradimento. Buona lettura!


Si dice l'“ocio” o il “locio”?


di Marco Luchi

Grammatica normativa e grammatica storica a confronto



Immagine tratta dal Vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani.


Scrivendo sul celeberrimo motore di ricerca Google “Sagra dell'ocio”, abbiamo trovato ben 497.000 siti contenenti quella frase in 0,18 secondi. Ciò non stupisce: l'ocio (toscanismo, diffuso nel senese e nell'aretino, indicante un grosso uccello da cortile appartenente alla famiglia delle anatidae) è, specie arrosto, una pietanza molto apprezzata. Siamo sicuri, però, che pochi si sono messi a controllare in un comune vocabolario l'origine della parola e – siamo certi anche di questo – chi l'ha fatto non ha trovato alcuna voce corrispondente.1
Del resto il termine più corretto che indichi quest'animale (sebbene di un altro dialettismo si tratta) è locio. Sembrerebbe dunque necessario prendere un pennarellone è correggere tutti quei manifesti e quelle locandine in cui è scritto “Sagra dell'ocio” in “Sagra del locio”? Siamo sicuri della gravità dell'errore?
Orbene, ocio deriva dalla forma non attestata del latino volgare *AUCIU(M), che è anche alla base del fr. oison.2 Dato il modo in cui vengono trattate le vocali nel passaggio dal latino volgare all'italiano, l'esito finale è òcio. In séguito, per un processo comune nell'italiano parlato, l'articolo determinativo (l'ocio) è finito con l'«incollarsi» alla parola, producendo il termine locio. Questo fenomeno di fusione tra l'articolo e il nome a cui si riferisce prende il nome di concrezione dell'articolo; un altro esempio di concrezione l'abbiamo con la parola lastrico, originaria dal latino medioevale (detto anche mediolatino) ASTRĂCU(M), che ha prodotto l'esito italiano lastrico.3
A questo punto possiamo chiederci: aretini e senesi hanno sempre detto ocio? Oppure anche loro inizialmente dicevano locio e poi, percependo quella \l\ iniziale come l'articolo, l'hanno isolata? Del resto quest'ultimo fenomeno, detto di discrezione (dal lat. discerno “separare”) dell'articolo, è individuale nel caso di molte altre parole; anzi, è abbastanza diffuso da essere spesso usato impropriamente:
ŎBSCŪRŬ(M) > oscuro > (l)o scuro > scuro.4
Forse qualcuno in linea sa districare il bandolo della matassa, in quel caso spero ci risponda.
Dopo questa digressione torniamo al tema di questo post. In conclusione la grammatica normativa, quello della maestrina dalla penna rossa, dà ragione a chi dice locio; la grammatica storica (o glottologia) dà ragione agli aretini e ai senesi che, nell'etimologico rispetto della base latina *AUCIU(M), continuano a dire e a scrivere ocio.5

Etimo e usi della parola ocio

Chi volesse continuare a seguire la nostra avventura alla scoperta dell'allotropo ocio/locio, sappia che abbiamo cercato le due voci sul monumentale GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA di Salvatore Battaglia. Con nostra somma sorpresa non abbiamo trovato riportata la voce locio, in compenso però abbiamo trovato la voce ocio e alcune sue attestazioni nella nostra letteratura. Francesco Redi (Arezzo 1626/Pisa 1627),6 medico scienziato e poeta alla corte medicea, la utilizza, anche se - nostra culpa - non siamo stati in grado di rintracciare dove.
Attestata è pure la forma accrescitiva ociòne nel poema epico-popolaresco di Luigi Pulci (Firenze 1432/Padova 1484), intitolato il Morgante:
Quivi superbo si mostra il pagone
e grida come gli occhi in terra abbassa,
garzetto e l'anitrella e 'l grande ocione.
7
Nel Battaglia questa parola è illustrata come «voce aretina, rifatta sul pl. oci (per ochi) di oco, cfr. Rohlfs, 374». Comunque se qualcuno di voi sa di luoghi fuori dell'aretino in cui si dica ocione, è - come sempre - calorosamente invitato a scriverci.
Prima di concludere il nostro discorso, vi sono poi due modi di dire, tuttora vitali nel linguaggio colloquiale, che hanno per protagonista la parola ocio:
  1. il primo è «ocio barellone», usata per indicare qualcuno dalla camminata ciondolante; 
  2. l'altro è «ocio matto», espressione indicante un individuo in preda alla frenesia.



L'ocio è proprio ganzo!

di Giuseppe Samo




Anche in altre lingue troviamo espressioni idiomatiche che hanno per protagonista... l'ocio. In inglese l'ocio viene indicato con 'gander' ed entra:
  • nella locuzione verbale have/take a gander at something (letteralmente traducibile come fare9 un ocio a qualcosa”) e significa “cercare”,
  • nella frase idiomatica What's sauce for the goose is sauce for the gander (equivalente del nostrano “se non è zuppa, è pan bagnato”)10.
Le altre lingue germaniche infatti seguono quasi tutto lo stesso percorso (verso lo stagno), nascendo dalla forma proto-indoeuropea *ghans-11: le varietà linguistiche tedesche meridionali contrappongono Ganser al più settentrionale Ganter12, l'olandese gent, il danese gase, lo svedese gåskarl, il norvegese gasse.
Due lingue romanze, invece, portando con sé il germanismo, modificano anche l'assetto semantico di questi volatili chiassosi: come intuibile dal morfema finale, il lemma porta i tratti di maschile e singolare per il valore non marcato. Infatti, in queste due lingue nate nella penisola iberica, il nostro ocio diventa ganso13.
Sì, il lettore ha proprio letto /'gaːntso/. La domanda è lecita: il toscanismo ganzo per indicare qualcosa che oltreoceano definirebbero cool, da dove proviene?
Il dizionario etimologico italiano non ci viene in aiuto direttamente, ma assume che
ganzo sia una forma derivata da ganza14, nel significato di 'amante', la cui etimologia è da trovarsi nel ganzo dell'alto italiano e del rapporto di somiglianza tra l'oca e una donna di facili costumi.

Per QUAlsiasi chiarimento siamo QUA.


Note

1 Io personalmente ho controllato sul DEVOTO-OLI

2 Cfr. www.etimo.it/?term=locio. Ultima consultazione: 21/03/2010, h. 19:04.

3 G. PATOTA, Nuovi lineamenti di grammatica storica dell'italiano, il Mulino, Bologna 2009, p. 104.

4 Ibid. p. 102-103.

5 Cfr. www.etimo.it/?term=ocio. Ultima consultazione: 21/03/2010, h. 19:44.

6 Cfr. www.francescoredi.it/. Ultima consultazione: 12/06/2013, h. 13:42.

7 Cfr. http://it.wikisource.org/wiki/Morgante. Ultima consultazione: 12/06/2013, h. 13:43.

8 Cfr. www.portacrucifera.it/index.php?Ite...ntent&task=view. Ultima consultazione: 13/06/2012, h. 13:44.

9 Have and take andrebbero tradotti come il nostro fare, una sorta di 
light verb (vale a dire un verbo funzionale e non lessicale). Cfr. con to have a shower.


10 Dictionary of Contemporary English, Longman, Pearson Education Limitide, 2003, p. 663.

11 Cfr. http://www.utexas.edu/cola/centers/lrc/ielex/R/P0615.html Ultima consultazione: 12.07.2013, h. 18.02.

12 Cfr. http://dict.leo.org/#/search=gander&searchLoc=0&resultOrder=basic&multiwordShowSingle=on. Ultima consultazione: 12.07.2013, h. 17.59.

13 Cfr. http://dizionari.corriere.it/dizionario_spagnolo/Spagnolo/G/ganso.shtml Ultima consultazione: 12.07.2013, h. 17.59.

14 Cfr. http://www.etimo.it/?term=ganza. Ultima consultazione: 12.07.2013, h. 18.1.






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domenica 23 giugno 2013

Storia concisa della tipologia linguistica (e dei suoi rapporti con la grammatica generativa)


Premessa

Anche per il seguente articoletto, tratto da una sezione della mia tesi, sono andato a ripescare un topic del mio vecchio forum. Nel caso in questione, a differenza di quanto accaduto con un altro post analogo, mi sono spinto un po' più in là nella revisione.
Avendo sentito parlare dell'incontro/scontro tra tipologia linguistica e grammatica generativa, ho deciso di contattare il cofondatore del suddetto forum, il mio amico Giuseppe, per fargli scrivere alcune righe sull'argomento.
Giuseppe, a differenza di me, ha continuato i suoi studi nell'àmbito della linguistica (campo che ho in parte abbandonato dopo la laurea triennale). Ora, poiché il suo orientamento è decisamente più generativista del mio, ho optato per non uniformare i due testi ma per lasciarli separati al fine non tradire quanto ha scritto.
Ma bando alle ciance e iniziamo!


Dai fratelli Schlegel ai successori di Greenberg: breve storia della tipologia linguistica

di Marco Luchi

Varie sono state le strade tentate per classificare le lingue sulla base di tipi paradigmatici. La prima forma di tipologia linguistica (d'ora in poi abbreviata in Tl) nasce all'inizio dell'Ottocento per opera dei fratelli Friedrich e August Wilhelm von Schlegel e, soprattutto, di Karl Wilhelm von Humboldt: a loro si deve la suddivisione delle lingue su base morfologica in isolanti, agglutinanti, flessive e polisintetiche.
Contemporaneo allo sviluppo della Tl è quello della classificazione genealogica delle lingue: alla fine del Settecento, gli ungheresi János Sajnovics e Sámuel Gyarmathi scoprirono una parentela genealogica tra l'ungherese e il finnico, dando il via alla grande stagione dell'indoeuropeistica su base comparatistica. Gli studi della Tl continuano a essere coltivati per tutto l'Ottocento, ma con scarsa risonanza, tanto che oggi sono stati per la maggior parte dimenticati. Nella prima metà Novecento, le osservazioni più acute di tipologia linguistica sono probabilmente quelle dovute a Edward Sapir. [1] Col tempo si prende coscienza di come anche la Tl su basi morfologiche presenti dei limiti:

Il latino è una lingua non flessiva, ma prevalentemente flessiva, che conosce fenomeni di agglutinazione (nelle forme dei composti agri-cola, quattuor-decim) e di isolazione (impiego di preposizioni per esprimere rspporti locali: ex Urbe profisci vs Urbem petere).
P. RAMAT, Linguistica tipologica, Il Mulino, Bologna 1984, p. 30.
Inoltre il concetto di tipo linguistico muta in base alla corrente di pensiero in auge, tanto che nella storia della linguistica – come sottolinea Ramat – possiamo riscontrarne grosso modo quattro differenti concezioni a seconda che il tipo sia visto:

  1. come un classificatore che raggruppa le lingue in base alla presenza/assenza di un solo e unico tratto (fratelli Schlegel);
  2. come scala compresa tra due estremi, lungo la quale si collocano le lingue in base al loro grado di sviluppo (Humboldt);
  3. come un criterio di classificazione basato sulla compresenza di più tratti combinati assieme (Sapir);
  4. come un modello ideale che può raggiungere il massimo grado di efficacia solo qualora si adoperino concetti di misura (Skalička).
Una svolta in àmbito tipologico si verifica nel 1963, con la pubblicazione dell'articolo intitolato Some Universal of Grammar with Particular Reference to the Ordre of meaningsful Elements a opera dell'americano Joseph Greenberg. Nell'opera viene introdotto in linguistica il concetto di Universale. Ed è proprio grazie a tale nozione che può essere superata l'arbitrarietà della tipologia su base morfologica, il cui limite è l'essere fondata sulla presenza/assenza di un solo tratto.
Sebbene, teoricamente, la ricerca dei tipi e quella degli universali siano due attività scientifiche differenti (paradossalmente la prima si è volta allo studio delle differenze interlinguistiche, la seconda dei tratti condivisi da tutte le lingue); nella pratica le due discipline vanno a braccetto. [2] Ora, giacché v'è una tendenza a usare il termine “Universali” latu senso e/o impropriamente [3], sarà bene chiarire la sua giusta accezione: gli universali sono proprie e costitutive della lingua [4], non «finzioni scientifiche» ma «proprietà reali, immanenti alla lingua». [5]
Ecco un paio di universali esemplari: «tutte le lingue possiedono le vocali» e «nessuna lingua ha il numero triale se non ha un duale. Nessuna lingua ha il plurale se non ha il singolare» (Universale 34). [6] Il primo è universale assoluto, inutile per un'efficace classificazione delle lingue (in quanto consente di distinguere soltanto tra lingue storico-naturali e non); invece il secondo è un universale implicazionale che ci consente di suddividere l'eterogeneo gruppo delle lingue storico-naturali in classi. Infatti è proprio grazie a questa tipologia di Universali che s'instaura una gerarchia di quei tratti che manifestano a livello epidermico il principio di organizzazione interno alle lingue. [7] Sicché la Tl non può più essere considerata una teoria generale autonoma, poiché “dipende” da un'altra teoria, appunto, da quella degli universali.

La pubblicazione di Greenberg in questione risale a quasi cinquant'anni fa e si basano su un campione di trenta lingue: basco, serbo, gallese, norvegese, greco moderno, italiano, fillandese (europee); yoruba, nubico, swahili, fulani, masai, songhai, berbero (africane); turco, ebraico, burushaski, hindi, kannada, giapponese, tailandese, birmano, malese (asiatiche); maori, loritja (amerindiane).[8]
Benché il campione sia esente da distorsioni notevoli, trenta lingue non basta a rappresentare in modo quantitativamente significativo le 6.000 che sono parlate nel mondo.[9] Dobbiamo dunque evitare d'inciampare nell'errore del tacchino induttivista: teoricamente basta un solo cigno nero per confutare la tesi per cui tutti i cigni sono bianchi. Pertanto, sebbene le idee greenbergiane “forti” siano sopravvissuti, come quella dell'ordine dei costituenti; altre generalizzazioni ipotizzate si sono scontrate con numerose eccezione e copiosi controesempi. Ecco perché oggigiorno è meglio distinguere prudentemente tra “Universali” e “tendenze universali”. Certo, è doveroso spezzare una lancia a favore di Greenberg, ricordando come le sue ricerche non poterono avvalersi del prezioso ausilio delle tecnologie informatiche. [10]



Tipologia linguistica e grammatica generativa

di Giuseppe Samo

Tipologia linguistica 'classica' e grammatica generativa si parlano. Cioè litigano, ma la distanza è minore di quanto si pensi. Cambia il punto di partenza: nella grammatica generativa si parte dall'assunto che tutte le lingue sono uguali con il termine 'universale' tanto amato da Greenberg. L'approccio generativo vede infatti tutte le lingue (e qui nessuna distinzione tra dialetto e lingua!) come variazione di un unico tema, con un'unica struttura sintattica e le differenza sono solo sulla scelta di valori pametrici o della conseguente realizzazione (o non realizzazione) fonetica.
Di conseguenza gli studi tipologici non fanno altro che rafforzare le convinzioni della grammatica generativa: se troviamo la stessa struttura in tutte le lingue questo avvalora la tesi della Grammatica Universale.
Di questo si sta per l'appunto dibattendo in campo accademico e sono recenti gli attacchi da parte della tipologia 'classica', capitanata da Evans e Levinson, secondo cui se si aumentasse il numero dei dati raccolti da parte dei generativisti, si troverebbero controesempi alle proprietà universali. Non a caso in questo 2013 uscirà uno special issue di Lingua in cui molti nomi noti della linguistica generativa, tra cui spicca Noam Chomsky, rispondono in maniera attenta e con dati alla mano alle provocazioni: non solo tipologia 'classica' e grammatica generativa vanno a braccetto, ma con il paradigma generativo si possono raffinare i metodi e i risultati della ricerca tipologica.

Riferimenti

1. G. GRAFFI-S. SCALISE, Le lingue e il linguaggio, il Mulino, Bologna 2003, pp. 72-73; 
2. P. RAMAT, Linguistica tipologica, il Mulino, Bologna 1984, p. 48; 
3. Per maggiori dettagli, cfr. ivi; 
4. Ibidem, p. 47; 
5. Ibidem, p. 49; 
6. J. H. GREENBERG, Alcuni universali della grammatica in P. RAMAT (a cura di), La tipologia linguistica, il Mulino, Bologna 1976, p. 138; 
7. P. RAMAT, op. cit., pp. 24-27; 
8. J. H. GREENBERG, op. cit. in P. RAMAT, La tipologia linguistica, cit., p. 117; 
9. N. GRANDI, Fondamenti di tipologia linguistica, Carocci, Roma 2008, p. 7; 
10. Ibidem, pp. 72-75.


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lunedì 27 maggio 2013

Rivincita del romano sul toscano? Ai posteri l'ardua sentenza!


 

Introduzione

Quello che state per leggere è un post, risalente addirittura all'aprile 2010, che scrissi in un vecchio forum, mio e del mio amico Giuseppe. All'epoca mi ero particolarmente interessato alla linguistica, specie a quella storica (o, per parlar fine, "diacronica"). Tale interesse – alla stregua di altri – mi è poi scemato.
Fatto sta che, alcuni giorni fa, in preda a un raptus di nostalgia, l'ho riaperto. Di molte cose scritte, specie per lo stile impacciato e qualche vista qua e là, oggi me ne un po' vergogno. Però... Be', alcuni post – in tutta sincerità – non mi sono sembrati male. Anzi, previa una capillare revisione, li trovo tutt'oggi decenti. Il seguente è uno di questi.

Sul trattamento del morfema -arium nei vari dialetti di Italia: una rivincita del romanesco sul toscano?


Oggi pomeriggio stavo chattando su facebook con una mia amica di Virterbo per farle gli auguri di Pasqua, quando - scrivendo e scrivendo - mi è venuto in mente un piccolo topic per inaugurare la sessione "Morfologia" di questo piccolo forum.
Partiamo dalle parole notaio e rockettaro. Notaio deriva dal latino volgare NOTARIŬ(M), termine modellato a partire da NOTARE, un verbo a sua volta costruito sul sostantivo NOTA.3 Analogamente a quanto abbiamo visto nel topic sulla parola fegato, nel passaggio all'italiano la -M finale cade mentre la Ŭ breve atona (ovvero non accentata) diventa una o aperta. A queste trasformazioni dobbiamo aggiungere la caduta della R intevocalica, vale a dire della R interposta tra due vocali. Pertanto abbiamo il seguente esito:
*NOTA(R)IŬ(M) > notaio.
Il fenomeno poc'anzi descritto, per cui nel nesso RJ la R è caduta e il tutto si è ridotto alla j, detta anche jod (termine con cui s'indica il suono semiconsonantico corrispondente a i seguita da vocale), è cronologicamente antico - sebbene non sappia indicarvi la data precisa - e localizzabile in Toscana. Di basi latine che hanno subìto sorti analoghe possiamo farne anche altri esempi:
AREA(M) > *ARJA (l'asterico * indica che la forma non è attestata) > aia, 
CŎRIŬ(M) > cuoio.
Orbene, durante lo studio della letteratura italiana alle superiori, è molto probabile che vi siate imbattuti in un grande poeta della scuola siciliana: il celeberrimo inventore del sonetto, Jacopo da Lentini, che, presso la corte di Federico II, svolgeva la mansione di "notaro". Notaro e non notaio, in quanto il poeta era nato in a Lentini, in Sicilia, e non - chessò - a Campi Bisenzio. In tutt'Italia infatti il nesso RJ ha avuto un esito molto diverso da quello che ha avuto in Toscana: la R si è conservata e a cadere è stato lo jod. Ecco perché in molte parole di origine non toscana si nota la terminazione in -aro: in settentrione abbiamo paninaro; in meridione calamaro, palombaro; a Roma e nel Lazio benzinaro, borgataro, palazzinaro ecc.2
La tendenza a cui oggi assistiamo è il prevalere del suffisso non toscano -aro sul toscano -aio nella formazione dei neologismi italiani più recenti: l'equivalente italiano dell'inglese rocker è rockettaro, parola attestata a partire dal 1980 e costruita per anologia con gruppettista [sic.], e non *rocchettaio (in questo caso l'asterisco * indica una parola "inesistente").3

Conclusione

Ma insomma, se abbiamo visto che il suffisso -aro è usato in tutta Italia, con la sola vistosa eccezione della Toscana, a chi "imputare" l'origine di questo cambio di tendenza? Io credo - ma sono pronto a essere smentito - dobbiamo cercare spiegazioni nella crescente fortuna del romanesco nel cinema e in tivù: del resto la storia del nostro cinema è visceralmente legata a Roma, dove si trovano importanti istituzioni come Cinecittà (fondata del 1937) e dove sono stati girati, e continuano a essere girati, film serie fiction e quant'altro. A quanto ne so - ma su questo argomento non ho ancora trovato nessuna fonte scritta da citare - anche il movimento dei paninari, tipico e caratterizzante gli anni Ottanta milanesi, deve il suo nome all'ascendete esercitato su di lui dal romanesco.
A conti fatti, oggi come oggi, dopo esser stato accusato della presunta agonia del congiuntivo,4 dopo aver infastidito Castelli con la sua costante presenza nei media,5 il romanesco può forse rivendicare sul toscano una maggior influenza sull'italiano standard.



2 Tutti gli esempi riportati sono tratti da: G. PATOTA, Nuovi lineamenti di grammatica storica, ilMulino, Bologna, 2009, pp. 91-92.  
3 Cfr. DEVOTO-OLI 2007.  
4 V. DELLA VALLE, G. PATOTA, Viva il congiuntivo!, Sperling & Kupfer, Milano 2009.  

 
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Rivincita del romano sul toscano? Ai posteri l'ardua sentenza! by Marco Luchi is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
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