Premessa
Anche per il seguente articoletto, tratto da una sezione della mia tesi, sono andato a ripescare un topic del mio vecchio forum. Nel caso in questione, a differenza di quanto accaduto con un altro post analogo, mi sono spinto un po' più in là nella revisione.
Avendo sentito parlare dell'incontro/scontro tra tipologia linguistica e grammatica generativa, ho deciso di contattare il cofondatore del suddetto forum, il mio amico Giuseppe, per fargli scrivere alcune righe sull'argomento.
Giuseppe, a differenza di me, ha continuato i suoi studi nell'àmbito della linguistica (campo che ho in parte abbandonato dopo la laurea triennale). Ora, poiché il suo orientamento è decisamente più generativista del mio, ho optato per non uniformare i due testi ma per lasciarli separati al fine non tradire quanto ha scritto.
Ma bando alle ciance e iniziamo!
Dai fratelli Schlegel ai successori di Greenberg: breve storia della tipologia linguistica
di Marco Luchi
Varie sono state le strade tentate per
classificare le lingue sulla base di tipi paradigmatici. La prima forma di tipologia linguistica
(d'ora in poi abbreviata in Tl) nasce all'inizio dell'Ottocento per
opera dei fratelli Friedrich e August Wilhelm von Schlegel e, soprattutto, di Karl Wilhelm von Humboldt: a loro si deve la suddivisione delle lingue su base
morfologica in isolanti, agglutinanti, flessive e polisintetiche.
Contemporaneo allo sviluppo della Tl è quello della classificazione
genealogica delle lingue: alla fine del Settecento, gli ungheresi János
Sajnovics e Sámuel Gyarmathi scoprirono una parentela genealogica tra
l'ungherese e il finnico, dando il via alla grande stagione
dell'indoeuropeistica su base comparatistica. Gli studi della Tl
continuano a essere coltivati per tutto l'Ottocento, ma con scarsa
risonanza, tanto che oggi sono stati per la maggior parte
dimenticati. Nella prima metà Novecento, le osservazioni più acute
di tipologia linguistica sono probabilmente quelle dovute a Edward Sapir.
[1] Col tempo si prende coscienza di come anche la Tl su basi
morfologiche presenti dei limiti:
Il latino è una lingua non flessiva,
ma prevalentemente flessiva, che conosce fenomeni di agglutinazione
(nelle forme dei composti agri-cola, quattuor-decim) e di isolazione
(impiego di preposizioni per esprimere rspporti locali: ex Urbe
profisci vs Urbem petere).
P. RAMAT, Linguistica tipologica, Il
Mulino, Bologna 1984, p. 30.
Inoltre il concetto di tipo linguistico
muta in base alla corrente di pensiero in auge, tanto che nella
storia della linguistica – come sottolinea Ramat – possiamo
riscontrarne grosso modo quattro differenti concezioni a seconda che
il tipo sia visto:
- come un classificatore che raggruppa
le lingue in base alla presenza/assenza di un solo e unico tratto
(fratelli Schlegel);
- come scala compresa tra due estremi,
lungo la quale si collocano le lingue in base al loro grado di
sviluppo (Humboldt);
- come un criterio di classificazione
basato sulla compresenza di più tratti combinati assieme (Sapir);
- come un modello ideale che può
raggiungere il massimo grado di efficacia solo qualora si adoperino
concetti di misura (Skalička).
Una svolta in àmbito tipologico si
verifica nel 1963, con la pubblicazione dell'articolo intitolato Some
Universal of Grammar with Particular Reference to the Ordre of
meaningsful Elements a opera dell'americano Joseph Greenberg.
Nell'opera viene introdotto in linguistica il concetto di Universale.
Ed è proprio grazie a tale nozione che può essere superata
l'arbitrarietà della tipologia su base morfologica, il cui limite è
l'essere fondata sulla presenza/assenza di un solo tratto.
Sebbene,
teoricamente, la ricerca dei tipi e quella degli universali siano due
attività scientifiche differenti (paradossalmente la prima si è
volta allo studio delle differenze interlinguistiche, la seconda dei
tratti condivisi da tutte le lingue); nella pratica le due discipline
vanno a braccetto. [2] Ora, giacché v'è una tendenza a usare il
termine “Universali” latu senso e/o impropriamente [3], sarà bene
chiarire la sua giusta accezione: gli universali sono proprie e
costitutive della lingua [4], non «finzioni scientifiche» ma
«proprietà reali, immanenti alla lingua». [5]
Ecco un paio di
universali esemplari: «tutte le lingue possiedono le vocali» e
«nessuna lingua ha il numero triale se non ha un duale. Nessuna
lingua ha il plurale se non ha il singolare» (Universale 34). [6] Il
primo è universale assoluto, inutile per un'efficace classificazione
delle lingue (in quanto consente di distinguere soltanto tra
lingue storico-naturali e non); invece il secondo è un universale
implicazionale che ci consente di suddividere l'eterogeneo gruppo
delle lingue storico-naturali in classi. Infatti è proprio grazie a
questa tipologia di Universali che s'instaura una gerarchia di quei
tratti che manifestano a livello epidermico il principio di
organizzazione interno alle lingue. [7] Sicché la Tl non può più
essere considerata una teoria generale autonoma, poiché “dipende”
da un'altra teoria, appunto, da quella degli universali.
La pubblicazione di Greenberg in
questione risale a quasi cinquant'anni fa e si basano su un campione
di trenta lingue: basco, serbo, gallese, norvegese, greco moderno,
italiano, fillandese (europee); yoruba, nubico, swahili, fulani,
masai, songhai, berbero (africane); turco, ebraico, burushaski,
hindi, kannada, giapponese, tailandese, birmano, malese (asiatiche);
maori, loritja (amerindiane).[8]
Benché il campione sia esente da
distorsioni notevoli, trenta lingue non basta a rappresentare in modo
quantitativamente significativo le 6.000 che sono parlate nel
mondo.[9] Dobbiamo dunque evitare d'inciampare nell'errore del
tacchino induttivista: teoricamente basta un solo cigno nero per
confutare la tesi per cui tutti i cigni sono bianchi. Pertanto,
sebbene le idee greenbergiane “forti” siano sopravvissuti, come
quella dell'ordine dei costituenti; altre generalizzazioni ipotizzate
si sono scontrate con numerose eccezione e copiosi controesempi. Ecco
perché oggigiorno è meglio distinguere prudentemente tra
“Universali” e “tendenze universali”. Certo, è doveroso
spezzare una lancia a favore di Greenberg, ricordando come le sue
ricerche non poterono avvalersi del prezioso ausilio delle tecnologie
informatiche. [10]
Tipologia linguistica e grammatica generativa
di Giuseppe Samo

Tipologia linguistica 'classica' e grammatica generativa si parlano.
Cioè litigano, ma la distanza è minore di quanto si pensi. Cambia il
punto di partenza: nella grammatica generativa si parte dall'assunto che
tutte le lingue sono uguali con il termine 'universale' tanto amato da
Greenberg. L'approccio generativo vede infatti tutte le lingue (e qui
nessuna distinzione tra dialetto e lingua!) come variazione di un unico
tema, con un'unica struttura sintattica e le differenza sono solo sulla
scelta di valori pametrici o della conseguente realizzazione (o non
realizzazione) fonetica.
Di conseguenza gli studi tipologici non
fanno altro che rafforzare le convinzioni della grammatica generativa: se
troviamo la stessa struttura in tutte le lingue questo avvalora la tesi
della Grammatica Universale.
Di questo si sta per l'appunto
dibattendo in campo accademico e sono recenti gli attacchi da parte
della tipologia 'classica', capitanata da Evans e Levinson, secondo cui
se si aumentasse il numero dei dati raccolti da parte dei generativisti,
si troverebbero controesempi alle proprietà universali. Non a caso in
questo 2013 uscirà uno special issue di Lingua in cui molti nomi noti
della linguistica generativa, tra cui spicca Noam Chomsky, rispondono in
maniera attenta e con dati alla mano alle provocazioni: non solo
tipologia 'classica' e grammatica generativa vanno a braccetto, ma con
il paradigma generativo si possono raffinare i metodi e i risultati
della ricerca tipologica.
Riferimenti
1. G. GRAFFI-S. SCALISE, Le lingue e il
linguaggio, il Mulino, Bologna 2003, pp. 72-73;
2. P. RAMAT, Linguistica tipologica,
il Mulino, Bologna 1984, p. 48;
3. Per maggiori dettagli, cfr. ivi;
4. Ibidem, p. 47;
5. Ibidem, p. 49;
6. J. H. GREENBERG, Alcuni universali
della grammatica in P. RAMAT (a cura di), La tipologia linguistica,
il Mulino, Bologna 1976, p. 138;
7. P. RAMAT, op. cit., pp. 24-27;
8. J. H. GREENBERG, op. cit. in P.
RAMAT, La tipologia linguistica, cit., p. 117;
9. N. GRANDI, Fondamenti di tipologia
linguistica, Carocci, Roma 2008, p. 7;
10. Ibidem, pp. 72-75.